Clostridium difficile, un batterio che può causare una forma pericolosa di colite

Che cos’è il Clostridium difficile, da cosa deriva, quali pericoli comporta e quali sono le principali terapie.

clostridium difficile

Il Clostridium difficile è un batterio gram positivo che presentano una notevole diffusione non solamente in natura nel terreno. Infatti, si può trovare anche nella porzione intestinale di un gran numero di animali domestici. Ad esempio si può riscontrare nei gatti, nei cani e nei vari animali da cortile. Per quanto riguarda l’uomo, invece, questo batterio è presente in circa il 3% delle persone che non hanno alcun problema di salute. Quindi, si può considerare come un elemento normale della flora saprofita intestinale. Si trova con una maggiore frequenza nei neonati che hanno meno di dodici mesi di vita. In questi casi la concentrazione di questo batterio gram positivo è compresa tra il 15 e il 70% degli individui.

La principale patologia legata al Clostridium difficile

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Dal punto di vista clinico, questo batterio ha una certa importanza dal momento che è in grado di causare una devastante forma di colite. Quest’ultima forma prende il nome di colite pseudomembranosa. Questa patologia comporta, di solito, una necrosi che può avere un’estensione più o meno ampia. Spesso va a colpire in modo particolare il retto e il sigma. In tanti casi, tale forma di colite si associa ad un evento diarreico particolarmente abbondante e continuo. Nello specifico, il pericolo deriva soprattutto da qualche ceppo di Clostridium difficile, che vengono chiamati enterotossigeni. Infatti, possono vantare la capacità di realizzare enterotossina A, in associazione o meno con la citotossina B. Si tratta di tossine che subiscono un processo di internalizzazione da parte della mucosa intestinale, portando in breve tempo alla morte cellulare dell’enterocita.

Quali sono i sintomi più diffusi dell’infezione da Clostridium difficile

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Come si può facilmente intuire, questa particolare infezione che colpisce il tratto intestinale può avere un livello di gravità differente. I sintomi, infatti, possono variare da una leggera diarrea fino ad un evento particolarmente abbondante. Ad esempio, nei casi peggiori, si arriva anche a dieci litri di scariche sierose al giorno. Tra gli altri sintomi troviamo certamente anche ipokaliemia, perforazione dell’intestino, megacolon tossico, sepsi ed emorragia sempre a livello intestinale. Piuttosto di frequente la diarrea si può associare a tanti altri sintomi, come ad esempio anoressia, nausea. Troviamo anche febbre, dolore e distensione a livello addominale e, ovviamente, anche disidratazione. In altri casi, la diarrea può essere accompagnata da perdite di sangue e muco. I neonati, piuttosto di frequente, non presentano sintomi particolari legati a tale infezione.

Quali sono i principali fattori di rischio

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Il livello di gravità di tale tipo di infezione non è solamente correlato alla virulenza del batterio. Infatti, è correlato anche alle condizioni del sistema immunitario del paziente che è stato colpito. Infatti, le coliti che vengono scatenato da questo batterio gram positivo, nella maggior parte dei casi, insorgono con una maggiore frequenza in tutti quei soggetti immunocompromessi e molto deboli, anche per via di curi ciclici e molto lunghi a base di farmaci antibiotici. Questi ultimi medicinali, infatti, vanno a modificare la classica flora microbica presente all’interno del colon, rendendo più semplice la colonizzazione dell’intestino del Clostridium difficile. Non è chiaramente un caso se questo batterio è la causa nel 15-30% dei casi di diarrea che viene provocata da farmaci antibiotici.

Come può avvenire il contagio?

Questa patologia si caratterizza per il fatto che piuttosto di frequente viene trasmessa nel percorso oro-fecale. Di conseguenza, la trasmissione si verifica toccando la bocca con le mani, dopo che queste ultime sono venute a contatto con delle zone contaminate piuttosto che con una persona che è stata precedentemente infettata. Maggiore è la gravità della diarrea e maggiore c’è il pericolo di contaminazione all’interno dell’ambiente in cui il paziente infetto vive. Per mezzo della forma sporigiena, questo battere è in grado di restare in vita anche per varie settimane così come per svariati mesi. Al tempo stessi anche gli strumenti di carattere sanitario, come ad esempio gli endoscopi (piuttosto che i termometri rettali) possono essere un veicolo di contaminazione.

Qual è la prognosi e la terapia da seguire

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Di solito la guarigione avviene in modo del tutto completo. Il principale problema, però, è legato al fatto che in tantissimi pazienti il rischio di una recidiva è molto alto. Di solito, questa complicazione insorge circa entro un mese da quando è stato finito il trattamento a base di farmaci antibiotici. Nel momento in cui le condizioni lo permettono, infatti, si suggerisce di interrompere il trattamento antibiotico. D’altro canto, però, potrebbe essere molto utile fare ricorso ad ulteriori soluzioni di antibioticoterapia. Come ad esempio quelle che prevedono la somministrazione di vancomicina, fidaxomicina e metronidazolo. Il secondo è un farmaco a spettro ristretto che è stato introdotto da pochissimo tempo per la cura di queste problematiche. Inoltre ha il pregio di curare tale infezione senza però intaccare eccessivamente la flora intestinale fisiologica. Di notevole importanza è anche la questione delle perdite di Sali minerali e di acqua. Pareggiare tale mancanza è fondamentale per la salute del paziente. Inoltre, in alcuni casi viene consigliata anche l’assunzione della colestiramina. Si tratta di un farmaco che è in grado di legare che viene prodotta da parte del batterio Clostridium difficile. Per questo rende molto più semplice la sua eliminazione mediante le feci.

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