Aborto terapeutico: tra il diritto alla vita e la salute psicofisica della madre

70

Ovvero oltre i tempi previsti entro i quali è permesso l’aborto volontario. Questa pratica viene effettuata per motivi di salute come unica soluzione possibile.

Le leggi che regolano l’aborto terapeutico

Di legge l’aborto volontario può essere effettuato entro 90 giorni dalla data del concepimento, questo secondo la legge 194 del 1978. A seguito di questo termine, la gravidanza può essere interrotta solamente in caso si renda necessario l’aborto terapeutico ed entro il 180° giorno d’attesa. L’aborto terapeutico viene regolato dalla legge 194, articoli 6 e 7.

L’articolo 6 permette l’aborto qualora vi sia una gravidanza oppure un parto che mette in pericolo la vita della donna e quando siano accertati processi patologici, tra i quali quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinano un pericolo grave per la salute fisica oppure psichica della donna.

 

L’articolo 7, sancisce che i processi patologici descritti nell’articolo 6, siano accertati da un medico del servizio ostetrico- ginecologico dell’ente ospedaliero nel quale eventualmente dovrebbe essere effettuato l’intervento. Il medico giudicante, può avvalersi della collaborazione di specialisti. Il medico è obbligato a fornire la documentazione sul caso ed a comunicare per mezzo di sua certificazione che dichiari di approvare l’intervento immediato, al direttore sanitario dell’ospedale.

Se l’aborto terapeutico viene fatto perché è in pericolo la vita della donna in gravidanza, l’intervento può essere effettuato anche senza l’indagine appena descritta e al di fuori delle sedi di cui parla l’articolo 8. Il medico in questo caso deve comunicare l’avvenuto al medico provinciale.

Se esiste la possibilità di una vita autonoma del feto, l’interruzione di gravidanza deve essere fatta adottando tutte le misure per salvaguardarne la vita.

 

Quando è permesso l’aborto terapeuticoQuando è permesso l’aborto terapeutico

Se la gravidanza mette in pericolo la vita della madre, l’aborto è permesso anche dopo i 90° giorni dal concepimento. In particolare se vi sono gravi malattie cardiovascolari e renali o se vi sono alcuni gravi tipi di tumore, come il cancro al seno e il tumore della cervice, il melanoma, il linfoma, la leucemia, il cancro allo stomaco e ai polmoni, se vi sono tumori che hanno creato metastasi alla placenta o al feto. Queste patologie, infatti, se sono curate come si deve, sono trattate con trattamenti chirurgici e radiologici, dannosi per il feto. Le condizioni del feto possono indurre i medici a proporre un aborto terapeutico. Per esempio in presenza di disordini cromosomici e metabolici, di difetti neurologici e di malformazioni. L’aborto terapeutico viene anche fatto quando vi sono gravidanze multifetali, che possono causare la morte oppure lo sviluppo ritardato dei feti.

L’aborto terapeutico oltre i 90 giorni avviene nella maggior parte dei casi quando a seguito degli esami del secondo trimestre di gestazione si scoprono malformazioni e anomalie genetiche del feto.

 

Come si fa

Per l’interruzione terapeutica di gravidanza è necessario rivolgersi ad un consultorio, a un medico o a una struttura socio-sanitaria autorizzata. Nel massimo della riservatezza, qui, si provvederà ad un accertamento medico sullo stadio di avanzamento della gestazione e sulle condizioni di madre e figlio. Se non vengono riscontrate condizioni urgenti, la procedura viene rimandata a una settimana di distanza.

A momento della richiesta è necessario presentare tutta la documentazione sullo stato della gravidanza e sul feto. Oltre le 22 settimane, se il procedimento risulta impossibile in Italia, è possibile andare in paesi europei più permissivi come Francia o Inghilterra.

Come viene praticato l’aborto terapeutico

Le metodologie utilizzate per l’aborto terapeutico sono variabili in base all’avanzamento della gravidanza e delle condizioni della madre. Il modo più applicato è lo svuotamento strumentale, fatto in anestesia parziale. L’intervento in questo caso ha una durata di 5 minuti e consiste nello svuotamento pratico dell’utero mediante l’aspirazione dell’embrione. Di recente è anche molto usato il metodo chimico di aborto. Con la somministrazione di contragestione, il feto si stacca dall’utero e viene espulso, senza alcun intervento chirurgico. L’induzione farmacologica avviene con una pillola di mifepristone, la RU 486, che determina l’espulsione del feto e la pulizia dell’ambiente uterino.

Nel secondo trimestre quando non è possibile intervenire con i metodi appena descritti , si induce il parto, mediante il quale feto e placenta vengono espulsi.

 

L’aborto terapeutico non mette a rischio la vita della paziente, ma il rischio aumenta con il passare delle settimane. In particolare, i rischi sono connessi all’utilizzo dell’anestesia totale, che viene fatta quando si è avanti con la gestazione. Un aborto fatto male, per esempio lasciando residui dell’embrione nell’utero, può in ogni caso generare infezioni, che possono dar luogo a infertilità e nei casi più gravi a morte della madre.

Se l’aborto viene fatto con il metodo della pillola abortiva, o con lo svuotamento, viene effettuato in day hospital, quindi a sera la madre può tornare a casa, effettuando controlli nei giorni successivi. Se invece viene indotto il parto, la permanenza in ospedale può protrarsi per alcuni giorni, in base alle difficoltà del parto stesso.

Incidenza

Eventuali conseguenze psicologiche sulla madre possono variare in base all’educazione ricevuta e al contesto sociale nel quale essa è immersa. Non sono rari casi di depressione, senso di colpa, inadeguatezza, tendenze suicide, abuso di farmaci, ansia, psicosi, a seguito di un aborto. Il compromesso è quello di trovare un equilibrio fra quello psicofisico della madre e il diritto alla vita del bambino.

Negli ultimi anni le interruzioni di gravidanza a seguito della diagnosi di problemi importanti del feto, sono molto diminuite. Questo grazie ad un sistema di diagnosi e di cura maggiormente sviluppato, grazie al quale le mamme possono conoscere con più precisione i rischi e le possibilità di cura dei problemi del bambino. La diagnostica comunque può ancora migliorare, vi sono malformazioni che sfuggono ancora alle analisi in gestazione e che si scoprono solamente alla nascita.