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Calprotectina fecale: esame e interpretazione dei valori

La concentrazione della calprotectina fecale consente di stabilire quanto sia infiammato l’intestino. Infatti, tale concentrazione incrementa nel caso in cui siano in corso delle patologie infiammatorie che hanno colpito il tubo digerente. In questo modo, si può garantire una migliore diagnosi delle malattie flogistiche in forma cronica che si sviluppano all’interno dell’intestino, differenziandole rispetto a quelle di natura disfunzionale. Tra le varie patologie appartenenti al primo gruppo troviamo anche il morbo di Crohn e la colite ulcerosa.

Tra le malattie del secondo gruppo, invece, c’è anche la sindrome del colon irritabile. Varie ricerche scientifiche sono riuscite a dimostrare come delle alte concentrazioni di calprotectina all’interno delle feci permettono di comprendere meglio la presenza di patologie infiammatorie dell’intestino. Il dosaggio di questa proteina consente di far emergere delle infiammazioni anche piuttosto lievi o in uno stato precoce, che non sono in grado di alterare i valori di PCR o VES.

All’interno delle feci, questa proteina rimane inalterata anche per una settimana quando viene conservata a temperatura ambiente, mentre in caso di congelamento a -20 gradi può conservarsi anche per diversi mesi. La calprotectina fecale, quindi, si è dimostrata decisamente più efficace e affidabile in confronto ad altri marcatori, come la quantità di leucociti o il dosaggio di lattoferrina.

Valori

Calprotectina fecale valori

I valori a cui bisogna fare riferimento si caratterizzano per essere leggermente differenti in base al laboratorio preso in considerazione. Nelle persone adulte, di solito, i valori normali sono i seguenti. L’esame si considera negativo quando i valori rimangono al di sotto dei 50 mg/Kg, mentre l’esito si deve ritenere debolmente positivo con un valore compreso tra 50 e 100 mg/Kg, mentre è positivo quando il valore va oltre la soglia di 100 mg/Kg. I valori di riferimento sono diversi per i bambini che hanno meno di quattro anni: in questi casi, esattamente come con le persone anziane, i valori che si possono considerare normali sono molto più alti.

Valori alti

Nel momento in cui i valori di questo esame sono molto elevati, il significato correlato è quello della presenza di un’infezione gastrointestinale. In realtà, però, non permette di comprendere né quale sia la causa né quale sia la parte che è stata colpita. Maggiore è il valore della calprotectina e più la forma dell’infiammazione è grave. Tale valore incrementa in seguito all’insorgere di infezioni batteriche, patologie infiammatorie che colpiscono l’intestino, infezioni parassitarie, tumori del colon-retto. Per approfondire la situazione, il consiglio è quello di eseguire successivamente un’endoscopia (colonscopia oppure sigmoidoscopia). Nel caso in cui il valore sia discretamente alto, allora c’è in atto un’infiammazione lieve, ma potrebbe anche essere il segnale che la patologia sta assumendo contorni sempre più gravi. In questi casi si consiglia di ripetere nuovamente l’esame: se il valore dovesse essere lo stesso o maggiore, allora l’endoscopia è l’esame di approfondimento migliore per indagare sulle cause, ma il medico può anche prescrivere un’ecografia dell’addome.

Valori bassi

valori bassi di calprotectina

Nel caso in cui un soggetto abbia dei valori bassi di calprotectina, allora ciò significa che i sintomi avvertiti sono correlati ad un tipo diverso di patologia da quella immaginata inizialmente, che soprattutto non ha natura infiammatoria. Quando tale valore è piuttosto basso, allora l’endoscopia perde di significato. Ad ogni modo, con valori bassi di solito non ci dovrebbero essere delle malattie organiche intestinali e, con tutta probabilità, le cause che provocano i disturbi gastrointestinali di cui soffre il paziente sono da ricercare nella sindrome dell’intestino irritabile, oppure alla celiachia o, ancora, ad altre malattie funzionali.

Esame

Si tratta di un esame che il medico può prescrivere nel caso in cui il paziente avverta dei sintomi che portano a pensare come ci sia in atto un’infiammazione dell’apparato gastrointestinale. In alternativa il medico potrebbe voler comprendere se la patologia intestinale abbia o meno una derivazione infiammatoria. I sintomi sono differenti da soggetto a soggetto, ma nella maggior parte dei casi corrispondono a diarrea acquosa, sanguinamento del retto, sensazione di debolezza e stanchezza, perdita di peso, mal di pancia oppure crampi alla pancia, diarrea con sangue e febbre. L’esame, quindi, può essere decisamente utile per comprendere se il paziente debba eseguire o meno un’endoscopia.

Preparazione esame

Per eseguire questo esame non serve alcun tipo di digiuno, ma si consiglia di evitare sport o attività fisiche importanti nei due giorni prima. Inoltre, si suggerisce di non effettuare tale esame nel corso del periodo mestruale oppure nel caso in cui il paziente soffra di emorragie intestinali (come nel caso delle emorroidi). Proprio in previsione dell’esame, il medico può consigliare di bloccare la cura con dei farmaci anti-infiammatori non steroidei, aspirina compresa, e di farmaci inibitori dell’acidità gastrica. Inoltre, il medico può anche valutare la richiesta di analizzare ulteriori campioni di feci che devono essere prelevati nei due giorni dopo l’esame.