Colestasi gravidica: una patologia epatica rischiosa per il nascituro

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Colestasi gravidica

La colestasi gravidica rientra tra le possibili complicanze che si possono verificare in gravidanza e consiste in una anomala presenza di bile all’interno del circolo sanguigno. Può essere rischiosa per il feto.

In cosa consiste?

La colestasi gravidica è una complicanza che può presentarsi durante una gravidanza, per fortuna molto di rado, e più spesso durante il terzo trimestre di gestazione. Essa è originata dall’anomala presenza di bile (una sostanza giallastra normalmente presente nel corpo umano ma NON nel sangue) nel circolo sanguigno. Si può parlare di colestasi allorquando le cellule epatiche (gli epatociti) non assolvono correttamente alle loro funzioni e quindi gli acidi biliari riescono a riversarsi nel circolo ematico piuttosto che essere riversati nella bile. Il rischio per il feto è che questi ultimi possano raggiungerlo passando attraverso la placenta.

Cause e rischi

Colestasi gravidica: la sintomatologia

Non si conosce esattamente la causa precisa della colestasi gravidica, però alcuni studiosi ci riferiscono che essa potrebbe essere un fenomeno reattivo ad una mutazione ormonale verificatasi durante una gestazione. Il disturbo può avere un carattere ereditario ed infatti eventuali episodi familiari precedenti di colestasi gravidica vanno ad incidere sensibilmente sulle probabilità che l’evento si avveri di nuovo, quali fattori di rischio. Alcune etnie sono al riparo da questa malattia mentre altre sono, invece, molto più a rischio della media.

Colestasi gravidica: la sintomatologia

La colestasi gravidica ha come primo sintomo un prurito esteso a varie parti del corpo, nessuna delle quali in modo specifico, di notevole intensità. Questo prurito si aggrava durante la notte, fino a coinvolgere anche le estremità degli arti, le piante dei piedi ed i palmi delle mani. Il fastidio può assumere dimensioni tali da provocare lesioni cutanee per il troppo grattare e difficoltà a prendere sonno. In presenza di questi sintomi il medico (avvertitelo IMMEDIATAMENTE appena avvertite questa sintomatologia) vi prescriverà un test di funzionalità del fegato (acidi biliari e transaminasi) per confermare (o meno) la diagnosi e verificare un eventuale aumento delle transaminasi, bilirubina (non sempre), acidi colici, gamma G e avere indicazioni più precise sull’eventuale colestasi gravidica.

A quali rischi vanno incontro madre e figlio

Colestasi gravidica rischi madre e figlio

Se non consideriamo il fastidio (a volte molto intenso) ed il disagio provocato dal prurito, si può affermare che la colestasi gravidica sovente non costituisce assolutamente una preoccupazione per la gestante. I rischi generati da questa malattia sono praticamente tutti in carico al nascituro in quanto l’accumularsi dei sali biliari nel circolo sanguigno assume presto il carattere della tossicità fino a poter provocare il decesso all’interno dell’utero materno. In taluni casi possono, invece, provocare un parto pretermine.

Le cure per la colestasi gravidica

In genere la cura per la colestasi gravidica è costituita dall’utilizzo di sostanze emollienti ed anche di medicinali antistaminici (contro il prurito), ad esempio come la clorfenamina.

L’acido ursodesossicolico è in realtà il prodotto farmacologico più utilizzato perché ha un’elevata capacità di protezione delle cellule del fegato e di facilitare lo smaltimento dei sali biliari in eccesso nel circolo sanguigno.

La formulazione idrosolubile della vitamina K dovrebbe essere un presidio farmaceutico utilizzato SEMPRE in donne affette da colestasi gravidica, ed a maggior ragione se queste dovessero anche soffrire di steatorrea (deiezioni grasse). La steatorrea è legata a doppio filo ai processi di coagulazione e, di conseguenza, somministrandola si ridurrebbero i rischi di emorragie post-partum ed anche di quelle neonatali. Come sempre consigliamo di interpellare quanto prima il proprio medico curante.

Una volta avvenuto il parto, a poco a poco il prurito si riduce per poi scomparire gradualmente ed autonomamente, così come anche la ghiandola epatica riprende le sue normali attività. Però, in caso di gravidanze successive, sarà buona norma monitorare con scrupolo la madre al fine di attenuare o evitare eventuali rischi di recidiva.