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Demenza, come affrontarla meglio grazie alla realtà virtuale

La realtà virtuale sembra dare una mano di aiuto particoalrmente importante nella terapia delle persone affette da varie forme di demenza.

Revisione scientifica a cura della Dr.ssa Viviana Pisaniello

I risultati di un nuovo studio suggeriscono che la realtà virtuale potrebbe rendere la vita più facile per le persone affette da demenza. Gli autori concludono infatti che, sulla base delle proprie sperimentazioni su campione, la realtà virtuale avrebbe aiutato i partecipanti a memorizzare i ricordi e ha contribuito a migliorare le relazioni dei pazienti con i propri caregiver.

Dunque, è lecito affermare che la realtà virtuale potrebbe migliorare la vita delle persone affette da demenza?

Cos’è la demenza

La demenza rappresenta una sorta di “termine ombrello” che racchiude una lunga serie di diverse condizioni, comprese le malattie di Huntington e di Alzheimer. Le sue conseguenze sono altrettanto varie, ma può causare una perdita di memoria così grave da incidere negativamente sulla capacità di una persona di svolgere le attività quotidiane.

Peraltro, il rischio di demenza aumenta con l’età e una persona può essere più incline a sviluppare il morbo di Alzheimer in base all’etnia. Come se non bastasse, i più recenti studi indicano che nei prossimi decenni si verificheranno nuovi incrementi di tali problemi, in gran parte perché le persone tendono a vivere più a lungo, e poiché i tassi di persone che muoiono per malattie croniche stanno diminuendo.

L’utilità della realtà virtuale

Partendo da questi spunti, lo studio più recente condotto da un team di ricercatori in buona parte provenienti dall’Università del Kent nel Regno Unito, ha avuto l’opportunità di reclutare otto persone affette da demenza, pazienti in un ospedale psichiatrico. I partecipanti avevano tra i 41 e gli 88 anni.

Utilizzando la realtà virtuale (VR), i partecipanti hanno avuto accesso a cinque diversi ambienti in 16 diverse sessioni di utilizzo, rappresentanti una cattedrale, una foresta, una spiaggia di sabbia, una spiaggia rocciosa, una campagna.

I ricercatori hanno quindi monitorato le sessioni e hanno anche raccolto feedback dai partecipanti e dai loro caregiver.

Ebbene, la principale scoperta – chiave dell’analisi è che gli incontri negli ambienti virtuali hanno aiutato i pazienti a ricordare vecchi elementi nella propria memoria. Un paziente, ad esempio, si è ricordato di un viaggio che aveva fatto, nel momento in cui ha visto un ponte in un ambiente virtuale che ricordava lui quella determinata vacanza.

Gli autori ritengono che – considerato che è difficile introdurre nuovi stimoli che possano innescare questo tipo di ricordi negli ambienti “reali” dei pazienti – la realtà virtuale può essere un valido aiuto per aiutare a recuperare i ricordi.

Peraltro, gli stessi pazienti hanno riferito che le sessioni di realtà virtuale sono state un’esperienza positiva per loro e hanno migliorato il loro umore e i livelli di impegno in varie attività. I caregiver hanno poi riferito che le esperienze di realtà virtuale hanno approfondito e migliorato le loro interazioni con i partecipanti, in quanto le intuizioni generate da queste sessioni hanno aiutato gli assistenti a comprendere molti aspetti della vita dei partecipanti prima che entrassero in terapia.

La necessità di nuovi studi

Ad ogni modo, è presto per poter saltare a definitive conclusioni. Uno dei limiti principali di questo studio è infatti determinato dalla ristrettezza del campione, composto da soli otto partecipanti. I ricercatori spiegano che ciò è dovuto ai lunghi processi di valutazione delle capacità di consenso dei pazienti affetti da demenza.

Un’altra limitazione dello studio era che i ricercatori si sono limitati ad un unico ospedale nel Regno Unito, il che limita la misura in cui i risultati dello studio possono essere generalizzati ad altre popolazioni. Tuttavia, appaiono altresì chiari i meriti: lo studio è infatti il primo ad introdurre il concetto di realtà virtuale come “spazio personale” a disposizione dei pazienti in cure di lunga durata.

Gli autori suggeriscono che le aree di ricerca futura potrebbero includere l’esame di quanto sia fattibile o meno l’uso della realtà virtuale tra i pazienti con comportamenti impegnativi e lo studio della realtà virtuale come stimolazione cerebrale per le persone con demenza.

Inoltre, anche se questo studio ha utilizzato cinque ambienti virtuali predeterminati, gli autori affermano che potrebbe essere possibile adattare gli ambienti a pazienti specifici. Ad esempio, gli sviluppatori di applicazioni per la realtà virtuale potrebbero ricreare la casa di un paziente o un luogo speciale per loro, utilizzando video VR a 360 gradi.

La realtà virtuale può chiaramente avere benefici positivi per i pazienti affetti da demenza, le loro famiglie e gli operatori sanitari“, commenta il coautore e docente senior Chee Siang Ang, Ph.D. “Fornisce infatti una qualità di vita più ricca e soddisfacente di quanto non sia altrimenti disponibile, con molti risultati positivi“, ha poi continuato.

Con ulteriori ricerche, sarà possibile valutare ulteriormente gli elementi degli ambienti virtuali che vanno a beneficio dei pazienti e utilizzare la risonanza magnetica virtuale in modo ancora più efficace” – ha concluso.

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