Disprassia, un disturbo della coordinazione motoria molto sottovalutato nei bambini

Disprassia

Si notano frequentemente bambini che, seppur arrivati ad un’età pari a tre o quattro anni, non sono nemmeno in grado di levarsi la giacca, così come non riescono a mangiare per conto proprio senza sporcarsi tutti i vestiti. Un comportamento particolarmente goffo e impacciato, che si traduce spesso anche in una camminata piuttosto incerta e nella difficoltà anche a calciare un semplice pallone. Tante altre volte, invece, sembrano quasi distratti e molto pigri, con una capacità di concentrazione ridotta veramente all’osso. Non si tratta spesso di un malessere passeggero, ma di un vero e proprio problema che prende il nome di disprassia.

Dal punto di vista clinico, la disprassia viene considerata come un disturbo della coordinazione motoria. Al giorno d’oggi, però, si ha la tendenza spesso ad impiegare una definizione meno circoscritta, che va ad indicare una condizione che comporta una notevole difficoltà nella pianificazione e nell’esecuzione di movimenti intenzionali in sequenza. Non si tratta, però, di una malattia, quanto più che altro di un disturbo che può insorgere singolarmente (e allora si parla di forma primaria) oppure insieme ad altri condizioni o patologie, come ad esempio l’autismo piuttosto che la sindrome di Down (si parla in questi casi di una forma secondaria).

La disprassia è un disturbo frequente

La disprassia è un disturbo frequente

Per il momento non esistono particolarmente statistiche che dimostrano il grado di incidenza di tale disturbo tra i bambini. In base ad un articolo scientifico di qualche anno fa, un gruppo di ricercatori inglesi aveva registrato un’incidenza di circa il 6% dei bambini. Chiaramente di questa percentuale alcuni sono stati colpiti solamente da una forma più leggera, quasi impercettibile, mentre in altri casi si è trattato di una forma decisamente più grave. Si tratta, in ogni caso, di una problematica che può insorgere più spesso tra i bambini di sesso maschile piuttosto che tra le femminucce: il rapporto, infatti, è di circa quattro a uno.

Come può insorgere tale disturbo

Dal momento che ci sono varie forme di disprassia, è importante mettere in evidenza come può essere colpita non solamente la coordinazione motoria, provocando danni e problemi nella vita di tutti i giorni, ma riflettendosi anche nell’ambito verbale. Per poter parlare ed esprimersi, infatti, è fondamentale che ci siano una certa coordinazione in serie tra vari movimenti dell’apparato muscolare. Nel momento in cui tale capacità si riduce, ecco che cominciano a insorgere problemi nell’espressione verbale. Altri bambini possono avere grandi difficoltà a compiere gesti molto semplici, come ad esempio salire le scale piuttosto che divertirsi con i tradizionali giochi all’aperto, dal momento che non sono in grado di saltare, ma anche tirare semplicemente dei calci ad un pallone. Ecco spiegato il motivo per cui tante volte tali bambini si possono isolare in modo volontario da tali giochi, dal momento che sentono di comportarsi in modo goffo e impacciato. Tanti altri bambini, invece, hanno numerosi problemi semplicemente nel vestirsi in modo corretto, soprattutto quando raggiungono un’età in cui tutti gli altri coetanei possono farlo tranquillamente. In altri casi, invece, non riescono a tenere in mano una forbice, non sono in grado di disegnare, ma nemmeno mantenere in mano la matita. Ecco spiegato il motivo per cui, spesso, si isolano rispetto allo svolgimento di tali attività e preferiscono non prenderne parte.

Quali sono le cause principali

Per il momento non si conoscono ancora alla perfezione le cause che portano a tale problematica. Infatti, per ora si conosce semplicemente il fatto che tale disturbo non pare avere alcun tipo di associazioni con delle lesioni a livello cerebrale e pare che tutto sia dovuto ad una sorta di immaturità che va a colpire diversi circuiti nervosi all’interno del cervello. Il pericolo di sviluppare tale disturbo pare che sia notevolmente maggiore in certe tipologie di bambini: si tratta di quelli nati prematuramente, ovvero prima della 37esima settimana, che hanno un peso notevolmente ridotto quando nascono, che presentano una storia familiare di problematiche legate alla coordinazione motoria, oppure quelli che sono nati da mamme che nel corso della gravidanza hanno fatto spesso un largo uso di bevande alcoliche o di droghe.

Quali sono i sintomi più diffusi

Per accorgersi della presenza della disprassia in un bambino c’è sempre la possibilità di valutare alcuni sintomi che possono rappresentare spesso un vero e proprio campanello d’allarme. Nel corso dei primi due anni, ad esempio, bisogna cominciare a insospettirsi nel momento in cui ci sono delle difficoltà per quanto riguarda la suzione e l’alimentazione, nei cambi di posizione, nel prendere degli oggetti, ma anche ritardi dal punto di vista della lallazione e una ridotta varietà dal punto di vista linguistico, senza dimenticare un ritardo nel giungere a delle specifiche fasi della crescita psicomotoria, come ad esempio la posizione seduta, il gattonamento oppure riuscire a camminare in modo autonomo.

Diagnosi e terapie

Diagnosi e terapie

Nella maggior parte dei casi i primi che hanno la possibilità di comprendere che c’è qualcosa che non funziona sono chiaramente i genitori. La prima persona da contattare, nel momento in cui si notano dei comportamenti strani è certamente il pediatra, che di solito può consigliare una visita presso uno specialista, come ad esempio un neuropsichiatra infantile o un neuropsicologo. Dal momento che si può considerare un disturbo di carattere multisistemico, che va a colpire diversi piani della vita e delle attività svolte dal bambino, le terapie dovrebbe essere diverse e associate, in maniera tale da andare ad agire dal punto di vista motorio, verbale ed emotivo. In questi casi, quindi, interviene l’azione di tre specialisti, come ad esempio logopedisti, psicologici e neuromotricisti.

Sempre più di frequente le soluzioni terapeutiche prevedono di usare dei giochi e attività che vengono avvertite come ludiche dal bambino per poterlo aiutare a migliorare sotto numerosi aspetti. È fondamentale, però, che ci sia una perfetta collaborazione tra i vari specialisti, la famiglia e, quando i bambini sono un po’ più grandi, anche con l’istituto scolastico. Gli interventi terapeutici riescono a raggiungere risultati sempre più positivi quando vengono effettuati in maniera precoce. Ecco spiegato il motivo per cui prendere sotto gamba questa problematica non è mai la soluzione corretta, ma anzi cercare di parlare con il pediatra è sempre la scelta migliore, soprattutto per la quotidianità del bambino.

Revisione scientifica a cura della Dr.ssa Roberta Gammella. Laureata in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. E’ registrata all’Ordine Medici-Chirurghi e Odontoiatri di Napoli e Provincia