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Febbre tifoide, una malattia infettiva che una volta era mortale

La febbre tifoide, conosciuta anche come febbre tifo addominale, è una malattia che ha origine infettive, ed è scaturita dal batterio che rientra a far parte della Salmonella, conosciuto anche come bacillo di Eberth o di Gaffky. La salmonella, a differenza della febbre tifoide, è invece un forma di enterite causata da microrganismi che appartengono al genere Salmonella spp. Una volta che il microrganismo è penetrato per via orale, questo è in grado di superare la barriera mucosa gastrica, ma per dare origine alla febbre tifoide, deve avere un alto potere infettante. Grazie ad Hornick è stato possibile evidenziare che una carica batterica composta da 1.000 batteri, non è in grado di provocare tale malattia, mentre una carica composta da 100.000 è in grado di indurre la sintomatologia morbosa in una percentuale pari al 28%, mentre i soggetti con 10.000.000 batteri verranno colpito in una percentuale pari al 50% e con 1.000.000.000 di batteri il 95% mostrerà la malattia. Il potere infettante tende ad aumentare quando viene introdotto nel corpo insieme a cibi in grado di tamponare il basso pH che si trova nel nostro stomaco. Una volta qui, giunge nell’intestino tenue per poi penetrare nell’orletto attraversando le cellule epiteliali, senza moltiplicarsi e senza danneggiarle. Con il passare del tempo, questo raggiungere la propria lamina e da qui avrà origine la prima moltiplicazione.

Una volta moltiplicati, i microrganismi entrano nei vasellini chiliferi, per poi raggiungere i linfonodi masenterici e proseguire la loro interminabile moltiplicazione. Una volta raggiunto il dotto toracico, si immettono nel torrente circolatorio per poi stazionarsi nella milza, nel midollo osseo, nelle placche di Payer ovvero nel tessuto linfoide intestinale, nelle cellule di Kupffer del fegato e nella colicisti. Tali batteri si possono riscontrare anche nella bile e a loro volta anche nelle feci, ed è proprio qui che avviene al diffusione della malattia. Il tempo di incubazione termina quando i batteri presenti nel sangue sono sufficienti e da allora avrà inizio la sintomatologia che mostrerà l’emocoltura positiva. Per fare in modo che si sviluppino tutti i sintomi locali della febbre tifoide, l’endotossina LPS gioca un ruolo importante, perché provoca la vasocostrizione, l’ischemia e la necrosi.

Febbre tifoide: sintomi

Febbre tifoide: sintomi

I primi sintomi che il paziente mostra a causa della febbre tifoide sono suddivisi in settenari: il primo settenario viene contraddistinto attraverso i sintomi che si assomigliano molto ad una comune febbre o stato influenzale, con meningismo, dolori all’addome ed ulcerazioni. Al termine della prima settimana si manifestano le roseole, ovvero chiazze molto piccole dalla forma rotondeggiante, poco rilevate di colore rosa che scompaiono al tatto.

Il secondo settenario il malato presenta diarrea, febbre alta persistente, lingua a dardo, splenomegalia e papule sulla cute; il terzo settenario invece si caratterizza per il lento regredire della sintomatologia, ma questa fase è molto pericolosa perché potrebbero manifestarsi complicazioni a carico di molti organi interni; il quarto settenario invece mostra guarigione o cronicizzazione. L’andamento febbrile è molto caratteristico, infatti nella prima settimana la temperatura corpora si innalza provocando un andamento a sega, mentre nella seconda settimana si stabilizza attorno ai 40 gradi per poi ridiscendere nuovamente a sega nella terza settimana. Per quanto riguarda la diagnosi, nella prima settimana dalla comparsa dei sintomi, verrà richiesta al paziente l’emocoltura di Widal che rileva la comparsa o meno di agglutinine anti-O e anti -H. Nelle settimane a venire verrà effettuata la coprocoltura ed inoltre la ricerca degli antigeni presenti nel sangue.

Febbre tifoide: terapia

Febbre tifoide: terapia

Nell’epoca pre-antibiotica, il 10% circa della popolazione colpita, moriva a causa di complicazioni del tifo addominale. Attualmente, con una adeguata terapia a base di antibiotici, l’incidenza della mortalità e della morbilità si è ridotta in maniera drastica. L’antibiotico più utilizzato è la Ciprofloxacina, che è risultata nettamente superiore rispetto al Cloramfenicolo, al Cotrimaxazolo ed anche all’Ampicillina. L’utilizzo della Ciprofloxacina nei bambini è concesso solo in presenza di forme multifarmacoresistenti. In casi di resistenza a tali farmaci, è possibile somministrare al paziente Ceftriaxone, Cefixima e Cefepima. Il quantitativo da somministrare nei bambini è di 20mg/kg die, di Aziotromicina un giorno prima della terapia, per poi proseguire per altri 6 giorni con un dosaggio equivalente a 10mg/kg al giorno.