In diverse occasioni, anche nel recente passato, gli scienziati sono stati attratti dal comprendere in che modo la musica possa essere utilizzata come terapia in vari modi. Un’analisi di qualche anno fa, ad esempio, aveva scoperto che partecipare a un coro potrebbe migliorare la vita delle persone affette dal morbo di Parkinson. Altri studi avevano invece individuato nella musica un potenziale trattamento per l’epilessia. Altri ancora hanno concluso che la musica, nell’ambiente giusto, può ridurre la sensazione di dolore. Ma come?

Stando a una meta-analisi di 14 studi internazionali, ad esempio, è stato rilevato che “la musica può essere utile come coadiuvante per i pazienti con dolore cronico, in quanto riduce il dolore percepito”. Elaborata dai ricercatori dell’Università dello Utah Health di Salt Lake City, l’analisi è stata pubblicata sull’ultimo numero della rivista Frontiers in Neurology.

Musica contro il dolore

I ricercatori hanno utilizzato due modelli di dolore sulle cavie: il modello carragenina, che imita il dolore legato all’infiammazione, e l’incisione plantare, che replica il dolore chirurgico.

Hanno quindi diviso i topi in due gruppi da 5 a 8 componenti, e hanno poi esposto il gruppo di controllo al solo rumore ambientale, mentre hanno sottoposto il gruppo sperimentale a tre segmenti di 3 ore di opere di Mozart, ogni giorno, per 3 settimane.

Ebbene, è in tal senso interessante notare come i ricercatori non abbiano scelto musica a caso. Come spiega Grzegorz Bulaj, Ph.D. – professore associato di chimica medica, infatti, “la musica è come il DNA. Abbiamo chiesto ai musicisti di analizzare sequenze di diverse opere di Mozart per ottimizzare la playlist. È stato eccitante ma impegnativo integrare queste analisi musicali nella neurofarmacologia”.

Hanno dunque condotto lo studio quattro volte, ogni volta utilizzando un farmaco diverso in grado di ridurre il dolore: ibuprofene, cannabidiolo, levetiracetam e un analogo della galanina chiamato NAX 5055. Sia i gruppi di controllo che i gruppi musicali hanno ricevuto dosi considerate non ottimali.

Potenziato l’effetto degli antidolorifici

In tale scenario, gli studi sull’ibuprofene sembrano aver prodotto i risultati più sorprendenti. Nel gruppo che ascoltava la musica, infatti, le risposte al dolore nel modello carragenina sono diminuite del 93%, rispetto ai topi che prendevano ibuprofene ma non ascoltavano musica.

Inoltre, nel modello carragenina, la musica e il cannabidiolo hanno ridotto il gonfiore del 21%. NAX 5055 più la musica ha ridotto il gonfiore del 9%. Nel modello chirurgico del dolore, la musica ha anche ridotto significativamente alcune, ma non tutte, le risposte al dolore.

Dunque, sottolinea il primo autore Cameron S. Metcalf, “vi sono prove emergenti che gli interventi musicali possano alleviare il dolore se somministrati da soli o in combinazione con altre terapie”.

I passi successivi

L’uso di modelli animali presenta evidentemente alcune difficoltà ma, in questo caso, l’uso di un modello di roditore da parte degli scienziati lo ha invece reso più interessante, poiché elimina la complessa risposta psicologica umana dinanzi alla musica.

Anche se può sembrare sorprendente che un roditore possa rispondere fisiologicamente alla musica, questa non è la prima volta che gli scienziati sono in grado di dimostrarlo. Ma come fa la musica ad esercitare questo suo effetto benefico?

Gli scienziati non hanno progettato questo studio per scoprire come la musica potrebbe ridurre il dolore, ma hanno delineato alcune teorie.

Per esempio, ricerche precedenti hanno dimostrato che la musica regola la produzione del fattore neurotrofico di derivazione cerebrale (BDNF), una proteina che supporta i neuroni e favorisce la sinapsi. A lungo termine, il BDNF inibisce la sensibilità al dolore.

Altre teorie che gli autori dello studio considerano come valide sono la capacità della musica di influenzare il tono parasimpatico, i livelli di cortisolo, le citochine pro-infiammatorie, il sistema dopaminergico e i recettori oppioidi.

Ovviamente, ci vorrà molto più lavoro per separare i meccanismi coinvolti, ma la risposta è probabile che coinvolga tutti questi fattori, e non solo.

I limiti dello studio

È infine importante notare alcuni dei limiti dello studio. In primo luogo, gli scienziati hanno utilizzato solo un piccolo numero di animali, e quindi non è possibile trarre conclusioni definitive in questa fase. Inoltre, lo studio non ha affrontato altri tipi di dolore, come il dolore neuropatico, che provoca danni ai nervi.

Un’altra questione è che gli scienziati hanno usato solo alcune sezioni delle opere musicali di Mozart mentre, naturalmente, c’è una grande varietà di musica a disposizione, anche non classica.

Ulteriormente, è bene rammentare come i topi sentano frequenze diverse dagli esseri umani, e non è chiaro come questo influenzi i risultati, e la loro rilevanza per gli esseri umani.

Approfondimenti e bibliografia

Revisione scientifica a cura della Dr.ssa Roberta Gammella. Laureata in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. E’ registrata all’Ordine Medici-Chirurghi e Odontoiatri di Napoli e Provincia