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Osteocondrosi: tante forme, un’evoluzione. Benigna, per fortuna!

La osteocondrosi, in quanto malattia che colpisce ossa e cartilagini proprio nel periodo della loro maggior crescita, è evidentemente una malattia caratterizzata dal presentarsi, generalmente, nelle età adolescenziali, a volte anche infantili.

Durante questi periodi le ossa hanno velocità di accrescimento superiori per strutturare l’organismo durante la fase di maggior sviluppo e pertanto dai nuclei delle cellule delle epifisi (le parti più estreme delle ossa lunghe), si formano altre cellule di natura ossea che provvedono all’accrescimento di tutto lo scheletro. Non si sa ancora bene il perché, ma può accadere che l’osso appena formato subisca un processo di necrosi unitamente alla cartilagine nella quale è avvolto generando alcuni disturbi che, però, si possono trattare con metodi piuttosto semplici.

Osteocondrosi: perché?

Le cause che fanno di un soggetto un possibile paziente di osteocondrosi non sono ancora del tutto note, i ricercatori, però, hanno ipotizzato che il problema possa avere origini di natura circolatoria o anche endocrina. Difatti durante il periodo di crescita i vasi sanguigni che provvedono ad irrorare la testa delle ossa potrebbero rimanere un po’ “schiacciati” a causa dei movimenti delle ossa stesse, potendo non riuscire più a provvedere al nutrimento adeguato delle nuove cellule ossee, quelle appena formatesi. Che quindi subiscono un processo di calcificazione e vanno incontro alla morte. Gli eventi quotidiano di un adolescente durante la fase di crescita possono far insorgere frequentemente dei microtraumi che potrebbero anche generare squilibri di natura endocrina i quali, a loro volta, potrebbero essere all’origine del processo di degenerazione.

Comunque nella maggior parte dei casi le necrosi regrediscono in modo spontaneo a mano a mano che si cresce e quindi l’apparato scheletrico ritorna ad assumere un impianto strutturale corretto e scevro da qualsiasi deformazione. Solo rarissimamente qualche deformazione può permanere anche nell’età più adulta e, comunque, non provocando quasi mai problemi di carattere funzionale. Solo pochissimi casi presentano una gravità tale da richiedere un intervento chirurgico.

Quante e quali tipologie di osteocondrosi esistono?

Le osteocondrosi, in linea teorica, potrebbero colpire un osso qualsiasi, però è noto che alcune ossa sono più soggette di altre a questa malattia. Agli inizi del secolo scorso si descrisse in modo accurato una forma di osteocondrosi che colpisce la testa del femore del bambino, detta “morbo di Legg Calvè Pathes Waldeström. Le età maggiormente colpite sono tra i tre ed i dodici anni, senza alcuna distinzione di sesso. Raramente (dieci, quindici percento dei casi, la malattia ha carattere bilaterale. All’inizio della malattia il paziente accusa solo qualche sporadico dolore all’anca e le limitazioni di natura funzionale sono veramente limitate. Potrebbe insorgere una moderata tumefazione inguinale, a causa della pressione che genera l’osso ammalato. Agli inizi solo una risonanza magnetica sarebbe in grado di mettere in evidenza la presenza di necrosi tissutale, dopo, invece, anche delle semplici radiografie possono rilevare la possibile malformazione ossea.

Con una diagnosi e quindi una terapia precoce del disturbo si può evitare che la deformazione a carico della testa del femore sia la causa di una differente estensione di una gamba rispetto all’altra, cosa che indurrebbe una zoppia ed anche qualche limitazione nei movimenti. Questa fastidiosa conseguenza la si può evitare, per la maggior parte dei casi, con l’uso di un tutore. Solo i casi più gravi, per fortuna abbastanza rari, possono richiedere una operazione chirurgica di osteotomia.

Un’altra patologia che rientra in questa categoria è il morbo di Köhler, lo stesso disturbo di cui pare soffrisse anche il famoso faraone egizio Tutankhamon. Essa vede coinvolto il piede e, nello specifico, lo scafoide tarsale: fu descritta per la prima volta nell’anno 1908. I soggetti più colpiti sono maschi in età comprese tra i tre e gli otto anni. I sintomi sono una zoppia non grave, dolori al piede ed una possibile (ma non certa) tumefazione del lato interno del piede. La guarigione è lunga ma in genere un plantare (o, più di rado, uno stivaletto) risolvono il disturbo in un anno e mezzo, due anni al massimo.

Il morbo di Köhler II, invece sembra colpire maggiormente il sesso femminile. La malattia, anche nota con il nome di morbo di Freiberg, coinvolge il metatarso e, nonostante abbia inizio in genere da bambine o adolescenti, presenta la sua prima sintomatologia tra i diciotto ed i trenta anni di età. Come per la “cugina” maschile, anche questa malattia può essere debellata grazie all’utilizzo di un plantare che convogli lo scarico dei pesi corporei nei punti corretti del piede, alleggerendone l’onere da quelli malati: tempo uno o due anni e la malattia si risolve.

Una osteocondrosi “professionale” è quella che colpisce coloro che utilizzino spesso i martelli pneumatici: il morbo di Kienböck. Ne è coinvolto il polso ma il dolore, nella sua forma più grave, può estendersi al braccio intero. Oltretutto il braccio può anche irrigidirsi. L’osso che viene afflitto da questa patologia è il semilunare, ossicino del polso, appunto, che nel caso di questa osteocondrosi diviene molto fragile, si appiattisce ed indebolisce.  E’ una forma di necrosi che non ha una regressione spontanea come le altre, ma necessita di riposo assoluto ed ingessatura. Talvolta il semilunare va sostituito chirurgicamente con una protesi.

Anche la colonna vertebrale può essere colpita da osteocondrosi,almeno in due varianti. La prima di queste due varianti prende il nome di morbo di Calvè: è una patologia rara che può affliggere un ragazzino gracile entro i suoi primi quindici anni di vita. Il morbo è in questi casi asintomatico e richiede, per la guarigione, di indossare un giubbotto ortopedico per uno o due anni. La seconda variante prende il nome di morbo di Scheuermann e affligge i bambini e ragazzini tra i dieci ed i quattordici anni di vita, provocando una cifosi più o meno lieve che comunque va trattata con l’apposita ginnastica la quale dovrà rinforzare le muscolature paravertebrale ed addominale al fine di ottenere in tempi non lunghi il riposizionamento del rachide.

La fortuna è che i processi necrotici regrediscono quasi sempre in modo spontaneo ed un intervento chirurgico si rende indispensabile solo in rarissimi casi; ma naturalmente la diagnosi e la terapia devono essere molto tempestive proprio per evitare di giungere al punto “di non ritorno”, quello che richiede l’intervento invasivo. Se si interviene in tempo con la fisioterapia si evitano le conseguenze indesiderate a carico del sistema muscoloscheletrico.