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Tiroide (Tiroidite) di Hashimoto ingrossata: Sintomi e cura!

Revisione scientifica a cura della Dr.ssa Roberta Gammella

E’ un’ infiammazione cronica della tiroide ed ha un’ origine autoimmune, cioè è l’ organismo stesso che attacca la tiroide con i proprio anticorpi.  All’ inizio l’ infiammazione provoca un ingrossamento della tiroide con il conseguente gozzo, ma, al momento, le analisi restituiscono valori di ormoni tiroidei ancora nella norma, pur mostrando un rialzo dei titoli anticorpali, solo in una fase successiva si manifesta anche l’ipotiroidismo.

Questa tiroidite, comunemente chiamata anche tiroidite anticorpale proprio a causa dell’ origine autoimmune, è una delle cause di ipotiroidismo più frequenti essendo il tipo di infiammazione di quella ghiandola più diffuso su tutto il pianeta. Le donne ne sono le principali vittime (il rapporto è di sei a uno, e l’ incidenza della malattia sulle donne  è del 3 e mezzo per mille, contro uno 0,8 per mille tra gli uomini), è più spesso ha una origine di tipo familiare.

Come scritto questa tiroidite, rientra tra i disturbi di tipo autoimmunitario (malattia autoimmune), essendo causata da un’ eccessiva produzione di anticorpi che attaccano il tessuto della tiroide arrivando a poterne causare la distruzione. La causa del susseguente ipotiroidismo è dovuta al fatto che la tiroide, attaccata dagli anticorpi inizia a svolgere le sue funzioni sempre meno, fino ad arrestarle del tutto, tanto che ad un certo punto è richiesta l’ asportazione della tiroide per via chirurgica. Senza quest’ organo si può fare una vita normale, è ovviamente richiesta una terapia farmacologica che sostituisca gli ormoni che la tiroide asportata non produce più.

La Tiroidite di Hashimoto è chiamata anche malattia del benessere: si sviluppa molto più facilmente e frequentemente  nelle zone ricche di iodio mentre è, per contro, molto meno frequente in quelle zone che accusano una carenza di iodio.

Ha, solitamente, un’ origine virale, potendo essere causata anche da un’ influenza, così come, però, l’ aumentata attività degli anticorpi potrebbe anche essere causata da situazioni di particolare stress.

tiroide
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Questa tiroidite resta comunque è caratterizzata principalmente da una funzionalità tiroidea particolarmente ridotta e non da da una presenza più massiccia di anticorpi. I sintomi variano a seconda del paziente e per avere una diagnosi si ha da fare una valutazione di molti elementi, ivi compresa una anamnesi familiare e una storia clinica del soggetto. Il primo sintomo, quello che appare più evidente, e il gozzo, che è riscontrabile palpando la ghiandola che, infatti, aumenta generalmente di volume. Ovviamente non è solo la palpazione che ci indica la presenza della tiroidite di Hashimoto: dopo di essa vanno necessariamente eseguite delle analisi del sangue specifiche al fine di controllare i valori di TSH ( il TSH è un ormone generato dall’ipofisi e che ha come funzione quella di regolare l’attività della tiroide), FT4 e FT3 (che sono le frazioni libere nella circolazione del sistema sanguigno degli ormoni prodotti dalla tiroide), e degli anticorpi antitireoglobulina   (è un altro valore che soventemente risulta alterato), e a questi esami si può e si deve aggiungere anche l’esame di AC, cioè antirecettore del TSH. Un altro esame da eseguirsi assolutamente in presenza di una tiroidite è una ecografia, che serve per poter effettuare un’analisi morfologica del parenchima ghiandolare,  a cui possono seguire anche un esame citologico e una scintigrafia. È necessario anche aver ben presente che questa tiroidite ha la tendenza a rimanere asintomatico a lungo, cioè fino a che la produzione degli ormoni da parte della tiroide resta su valori normali; quando, invece, si giunge ad avere l‘ipotiroidismo con la distruzione di almeno il 90% della tiroide, allora anche i sintomi comuni della malattia si manifestano, tra i quali ricordiamo la sonnolenza, la tachicardia, l’insonnia, l’astenia, ed anche l’ingrossamento, come prima scritto, e l’indolenzimento della tiroide. Se invece analizziamo il caso di adolescenti con tiroidite cronica il valore degli anticorpi antichi luoghi dei potrebbe anche non risultare anomalo, questa cosa ovviamente complica la diagnosi. La tiroidite post partum e invece un’infiammazione sempre di origine autoimmune ma temporanea che sovente regredisce lasciando che la funzionalità della tiroide ritorni normale.

Tiroidite subacuta di De Quervain

Questa tiroidite è un’infiammazione acuta, alla cui base c’è probabilmente un’ infezione virale. I sintomi canonici sono febbre e dolore al collo, mentre eventuali analisi effettuate al manifestarsi del disturbo mettono in risalto una situazione di ipertiroidismo. Una volta guarita, è molto raro che questa malattia evolva in ipotiroidismo.

Tiroidite silente

Questo tipo di tiroidite è un’infiammazione della tiroide che più spesso colpisce il sesso femminile, soprattutto dopo un parto. La tiroide ha la tendenza a divenire più grande di volume, senza mai diventare dolente, e se si dovessero effettuare degli esami di laboratorio nelle prime fasi della malattia, queste evidenzierebbero ipertiroidismo che però successivamente potrebbe tramutarsi in ipotiroidismo. Sarebbero comunque manifestazioni temporanee perché, una volta guariti dalla malattia, anche la sintomatologia sparisce.

Neoformazioni della tiroide

Circa due terzi delle ecografie effettuate alla regione del collo magari anche per altri motivi come la presenza di linfonodi ingrossati, soprattutto nelle donne, indica la presenza di noduli alla tiroide, e cioè delle formazioni circoscritte di forma circolare con volume un po’ aumentato rispetto al normale. Affinché questo nodulo possa essere trovato durante l’esame obiettivo esso deve avere un diametro di almeno 1 cm, se non anche superiore. Questo nodulo può essere anche totalmente privo di sintomi e questo è il motivo per il quale sappiamo che generalmente viene individuato casualmente durante la ricerca di altre patologie.

In ogni caso, non appena esso viene individuato occorre immediatamente cercare di capire se è solo, nello stesso modo che per l’adenoma di Plummer, oppure se è accompagnato da molte altre formazioni, come, ad esempio, nel caso del gozzo multinodulare. Una volta scoperto ciò, occorre indagare sulla natura di questa formazione. Potremmo essere in presenza di una semplice cisti, e cioè una formazione di tipo nodulare, ma piena di liquido. La cisti è in genere benigna. Potremmo anche trovarci di fronte ad un adenoma, e cioè un tumore benigno solido il quale è avvolto in una capsula.

Neoformazioni della tiroide
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Nel caso ci si trovi di fronte ad un nodulo solido e singolo, che si manifesti un individuo di sesso maschile e ancora in giovane età, si sospetta un tumore maligno. Questo caso in percentuale varia tra il 5 ed il 10 per cento della totalità dei casi. Occorre anche però ricordare che in ogni caso i carcinomi della tiroide sono tendenzialmente non troppo maligni.

I tumori maligni, anche detti carcinomi, primitivi della tiroide sono classificati in un modo che è in stretta dipendenza del tessuto nel quale si impiantano. Quelli che andiamo ad elencare di seguito derivano dall’epitelio follicolare.

Carcinoma papillare
Rappresenta tra il 60 e il 70 per cento dei casi di cancro alla tiroide, è più presente soprattutto in individui di età al di sotto i 40 anni, ha uno sviluppo lento ed è quello meno maligno rispetto agli altri, anche se il livello di malignità aumenta negli anziani. All’aspetto è un nodulo duro, distinto dal tessuto che lo circonda.

Carcinoma follicolare

Carcinoma anaplastico
Colpisce tra il 5 e il 10 per cento dei casi, soprattutto individui in età avanzata, è molto maligno, si manifesta con un ingrossamento veloce e doloroso.

Carcinoma midollare
E’ un’altra tipologia di tumore maligno, che ha origine dalle cellule dedicate alla produzione di calcitonina nel tessuto parafollicolare della tiroide. Si riscontra più frequentemente in individui con un età di più di 50 anni e le sue caratteristiche principali sono la secrezione di calcitonina, la possibile la familiarità, la possibile associazione con altri tumori o malattie dell’apparato endocrino. Il nodulo si presenta duro e fisso, è distinto dai tessuti adiacenti ma non incapsulato, sovente è associato a linfonodi laterocervicali; per la diagnosi, è importante conoscere il dosaggio della calcitonina nel sangue.

Tiroidite, i tumori della tiroide: diagnosi e terapia.

Tiroidite, i tumori della tiroide: diagnosi e terapia.
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La prima cosa da fare per ottenere una diagnosi relativa al nodulo è, ovviamente, una visita medica. Per il tramite dell’esame obiettivo è possibile capirne le caratteristiche morfologiche, la tipologia e i sintomi con i quali si evidenzia, e ancora la sede anatomica e se sono presenti eventualmente dei linfonodi. La seconda cosa da fare è un esame ecografico per confermare le prime diagnosi effettuate per il tramite della palpazione. Grazie all’ecografia, possiamo anche individuare più nel dettaglio la morfologia di questo nodulo, potendo così capire se è di natura solida o cistica. Anche una scintigrafia può essere utile per ottenere ulteriori informazioni, ma occorre sottolineare come una diagnosi assicurata può essere ottenuta esclusivamente con l’ ago aspirato. La terapia, se siamo in presenza di carcinomi, è in ogni caso chirurgica e può consistere in una tiroidectomia subtotale oppure totale. La terapia chirurgica, valutando di caso in caso, può essere associata a terapia soppressiva con ormoni tiroidei e radioterapia.

Tiroidite, i tumori della tiroide: le indagini strumentali.

L’ecografia

L’ecografia funziona inviando un fascio di ultrasuoni sulla parte anatomica da analizzare. Questi ultrasuoni vengono riflessi più o meno a seconda della densità delle parti anatomiche che vengono colpite dal fascio di ultrasuoni. Questo esame è capace di individuare non solamente la grandezza della tiroide ma anche le caratteristiche morfologiche del  nodulo; a seconda del grado di rifrazione degli ultrasuoni è possibile capire se siamo in presenza di una cisti, quindi di una patologia di natura benigna, o di un nodulo, e cioè di una patologia che ci può far sospettare diversi gradi di malignità; in base a queste valutazioni è possibile iniziare a formulare una diagnosi. Oltretutto occorre ricordare che si tratta di un esame semplice e, soprattutto, non invasivo. Per questo motivo l’ecografia viene utilizzata sia in una fase diagnostica iniziale, che durante il conseguente monitoraggio della malattia.

La scintigrafia

La scintigrafia è un esame che utilizza la capacità della tiroide di accumulare lo iodio. All’ individuo sottoposto a tale esame viene somministrato dello iodio radioattivo, ovviamente in minima quantità, per poi rilevarne la concentrazione nelle diverse zone della tiroide. La scintigrafia mette dunque in evidenza quelle zone che vengono definite aree calde dove è ovviamente più intensa la radioattività, e quelle zone della tiroide dove la radioattività è del tutto assente, denominate aree fredde. Le cosiddette aree calde sono anche denominate ipercaptanti e sono quelle che hanno stoccato più iodio perché sono funzionanti in modo molto maggiore rispetto al normale, quindi stanno in quel momento sintetizzando  una grande quantità di ormoni. Il nodulo cosiddetto ipercaptante è una formazione  generalmente benigna. Le cosiddette aree ipocaptanti sono quelle che, al contrario, non funzionano; il nodulo ipocaptante, cosiddetto freddo,  nel 20 per cento almeno dei casi è un tumore maligno, un carcinoma.  La scintigrafia viene anche usata per la diagnosi dell’ adenoma tossico di Plummer e gozzo multinodulare.

L’agoaspirato (agobiopsia)

Abbiamo tenuto per ultimo questo esame, l’ago aspirato, anche detto agobiopsia, in quanto più di tutti gli altri esami che effettuiamo quando siamo affetti da tiroidite può dare la certezza del fatto che una formazione sia benigna piuttosto che maligna.   Grazie ad un ago che viene guidato tramite un’ecografia, anche detto ecoguidato, si prelevano alcune frazioni di cellule dal nodulo, che vengono successivamente sottoposte ad un esame istologico al fine di individuare il tessuto del quale è composto il nodulo. Questo esame deve essere condotto sempre quando siamo in presenza di un nodulo unico,che, come abbiamo già scritto, nel 5 – 10 per cento dei casi è di origine maligna. Se l’esame istologico, come accade nel 20 – 25 per cento dei casi, da origine a sospetti di malignità del nodulo, è opportuno praticare l’asportazione per via chirurgica del nodulo, al fine di poterlo successivamente sottoporre ad esame istologico per determinarne esattamente la natura.

La tiroidite di Hashimoto – o tiroidismo di Hashimoto – è una condizione abbastanza diffusa tra la popolazione italiana e, nella sua forma ampiamente più nota (la tiroidite cronica), contraddistinta dalla presenza di anticorpi che danneggiano la tiroide in maniera graduale, più o meno rapido. Per questo motivo la patologia rientra nel novero delle tiroiditi autoimmuni: non ancora note le cause per le quali il sistema immunitario del nostro organismo (che generalmente lo protegge e lo aiuta a contrastare le infezioni e gli attacchi esterni) produca anticorpi in grado di attaccare nocivamente la tiroide, fino a condurla in una situazione nella quale è incapace di produrre sufficienti quantità di ormoni.

Quel che è invece è ben noto è che il suo nome deriva dal medico giapponese Hashimoto, che per primo, più di 100 anni fa (era il 1912), riuscì a individuare e codificare questa patologia in grado di esprimere la sua incisività soprattutto nelle donne di età compresa tra i 30 e i 50 anni.

Si tenga in merito conto che questa patologia dà diritto all’esenzione delle prestazioni sanitarie correlate alla patologia, e che per ottenere il rilascio del tesserino di esenzione è sufficiente presentarsi all’ASL muniti di certificato attestante la patologia invalidante rilasciato da una Struttura Ospedaliera o da un medico specialista ambulatoriale.

Sintomi

Sintomi della tiroide di Hashimoto
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Di norma la tiroidite di Hashimoto rimane senza sintomi per tanto tempo, e a volte per decenni. La sua progressione è infatti molto lenta, e solo nelle sue fasi più avanzate può condurre a una distruzione (non reversibile) della ghiandola. In questo caso, è possibile avvertire sintomi come debolezza e facile affaticamento, anche dinanzi a sforzi lievi.

Successivamente, alcuni dei sintomi “tipici” della tiroidite di Hashimoto sono il pallore, la sensazione di freddo costante, la depressione, l’aumento di peso dovuto soprattutto a ritenzione idrica, dolori e rigidità muscolo-articolare. Nella fase più avanzata può fare la sua comparsa estetica il gozzo, il rigonfiamento nella zona del collo, determinato proprio dall’incremento del volume della tiroide. Prima ancora, si può percepire una sensazione di rigidità nella zona anteriore dello stesso collo.

Come “curarla” (anche tramite l’alimentazione)

Nella maggior parte dei casi il trattamento della tiroidite di Hashimoto si limita alla periodica osservazione medica o su una terapia ormonale sostitutiva (qualora sia presente l’ipotiroidismo). Il dosaggio che viene impiegato è relativo al deficit ormonale del paziente, che il medico valuterà caso per caso (e che non è mai costante nel tempo, subendo delle evoluzioni con il passare degli anni). Per questo motivo, al fine di mantenere costanti i livelli ormonali, è sempre necessario rispettare la terapia con particolare precisioni.

Detto ciò, nella stragrande maggioranza delle ipotesi la tiroidite di Hashimoto non è una malattia grave, né è controindicata una gravidanza. È però consigliato che le donne in età fertile colpite da tale patologia abbiano l’accortezza di seguire specifiche terapie durante la gestazione per evitare complicanze o malformazioni del feto.

Di norma l’alimentazione suggerita per poter fronteggiare al meglio la tiroidite di Hashimoto si basa sul giusto apporto di iodio: questo minerale può essere assunto in buone quantità mediante l’arricchimento, nella propria dieta, di pesci, alghe marine, molluschi, olio di cocco e sale marino integrale, cavoli, broccoli, cavolfiori, soia, semi di lino, rape, ravanelli, miglio e tapioca.