Per calcolare, approssimativamente, il proprio rischio cardiovascolare esistono oggi degli appositi calcolatori online che permettono di farlo semplicemente riempiendo alcune caselle e definendo, in questo modo, i fattori di rischio principali a cui siamo esposti.

Il calcolo che qui vi proponiamo (https://siia.it/per-il-pubblico/calcolo-del-rischio-cardiovascolare/) è basato su un algoritmo frutto di una ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità per stimare la probabilità di andare incontro a un primo evento cardiovascolare maggiore (infarto del miocardio o ictus) nei 10 anni successivi, a partire da questi fattori di rischio:

  • peso;
  • sesso;
  • età;
  • diabete;
  • abitudine al fumo;
  • pressione arteriosa sistolica;
  • colesterolemia totale;
  • HDL-colesterolemia;
  • trattamento anti-ipertensivo in corso.

Farmacoterpia in prevenzione primaria e secondaria

Le malattie cardiovascolari rappresentano ancora oggi la principale causa di morbilità e mortalità, essendo responsabili di circa l’80% dei decessi nei paesi industrializzati. Inoltre, la mortalità stimata per eventi cardiovascolari supererà i 17 milioni nel 2030. L’attuale pandemia di obesità, ipertensione arteriosa, sindrome metabolica e diabete mellito contribuirà notevolmente all’incremento delle malattie cardiovascolari previsto per il 2050.

Il trattamento dei fattori di rischio si è dimostrato utile nel ridurre gli eventi cardiovascolari, sia in prevenzione primaria che secondaria. Il corretto stile di vita ha rappresentato fino a pochi anni fa l’unica tipologia di intervento consigliato per la prevenzione degli eventi cardiovascolari; successivamente, la disponibilità di dati solidi a favore di un chiaro beneficio del trattamento con farmaci antipertensivi, antidiabetici, statine e antipiastrinici, in termini di eventi cardiovascolari maggiori, ha completamente modificato l’approccio clinico alla prevenzione, la quale si basa prevalentemente sull’impiego di farmaci già dalle prime fasi.

In realtà, proprio la persistenza di stili di vita incongrui caratterizzati da inattività fisica, abitudine tabagica, elevato consumo di grassi saturi, sale e carboidrati, ha determinato uno scarso controllo dei singoli fattori di rischio, con il ricorso frequente e precoce a strategie farmacologiche al fine di garantire un’adeguata protezione cardiovascolare.

Inoltre, è dimostrato come lo scarso controllo di un singolo fattore di rischio si ripercuote inevitabilmente sul controllo degli altri, innescando un circolo vizioso.

E a tutto questo si aggiunge l’invecchiamento della popolazione e le molteplici patologie croniche ad esso correlate (broncopneumopatia cronica ostruttiva, diabete, insufficienza renale, osteoporosi) le quali favoriscono la prescrizione di ulteriori farmaci. Sulla base di queste considerazioni risulta comprensibile come si arrivi a prescrivere un numero medio di 4-5 farmaci in prevenzione primaria e più di 10 farmaci dopo un evento cardiovascolare.

Statine in prevenzione primaria

Statine in prevenzione primaria

credit: stock.adobe.com/nenetus

Tornando all’ipercolesterolemia quale principale fattore di rischio cardiovascolare, sappiamo benissimo che il primo approccio da preferire è quello non farmacologico capitaneggiato dalle modifiche dello stile di vita.

Quando tuttavia queste non bastano da sole a garantire valori normali di colesterolo nel sangue allora si lascia spazio ai farmaci; tra i farmaci ipocolesterolemizzanti i più conosciuti ci sono  le statine le quali agiscono bloccando l’enzima epatico principalmente responsabile della biosintesi endogena del colesterolo con molti ottimi risultati dal punto di vista della riduzione della colesterolemia ma con altrettanti effetti collaterali che ne scoraggiano l’utilizzo; tra i più rilevanti, responsabili anche della bassa compliance del paziente a tale trattamento: epatotossicità con innalzamento delle transaminasi, miopatie (crampi, mialgie etc.) e rabdomiolisi con innalzamento dei valori di CPK, dispepsia, nausea, cefalea e aumento del rischio di diabete mellito.

Fino a poco tempo fa l’utilizzo di questi farmaci veniva limitato a coloro che erano già andati in contro a un evento cardiovascolare maggiore (ictus, infarto cardiaco etc.) e quindi alla prevenzione secondaria. Negli ultimi tempi è invece emersa una novità: “Secondo gli esperti americani dell’Us Preventive Services Task Force, negli ultimi anni si sono accumulate evidenze scientifiche sufficienti per raccomandare l’uso delle statine a dosaggio basso-intermedio, nei soggetti tra i 40 e i 75 anni senza storia di patologie cardiovascolari e quindi in prevenzione primaria. Nelle persone con queste caratteristiche infatti l’impiego delle statine in prevenzione primaria si associa ad una riduzione del rischio di mortalità per tutte le cause, di eventi e di mortalità cardiovascolare.

E’ quindi attualmente raccomandato iniziare il trattamento con una statina a dosaggio basso-intermedio negli adulti tra i 40 e i 75 anni, senza storia di cardiopatia ischemica, a patto che siano presenti uno o più fattori di rischio cardiovascolari (dislipidemia, diabete, ipertensione, fumo etc.) e vi sia un rischio calcolato di un evento cardiovascolare a 10 anni pari al 10% o superiore (raccomandazione di grado B). E’ possibile inoltre offrire ai propri pazienti l’opzione di “iniziare o meno una statina” in prevenzione primaria a dosaggio basso-intermedio, qualora ricorrano le stesse caratteristiche sopra descritte ma in presenza di un rischio di un evento cardiovascolare calcolato a 10 anni del 7,5-10% (raccomandazione di grado C)

Fonti

Revisione scientifica a cura della Dr.ssa Roberta Gammella. Laureata in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. E’ registrata all’Ordine Medici-Chirurghi e Odontoiatri di Napoli e Provincia