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Villocentesi, a cosa serve e quali sono i rischi

La villocentesi è un esame. Vengono prelevati i villi coriali dalla placenta in modo da poter effettuare una valutazione del patrimonio genetico del feto. Si, viene eseguito in gravidanza per capire se ci sono variazioni cromosomiche. Diversa infatti dall’amniocentesi, la quale ad esempio permette di diagnosticare la sindrome di down o quella di patau, perché l’esame si basa sul prelievo del liquido amniotico.

Perché e quando fare la villocentesi

Il motivo per cui una donna si sottopone a questo esame durante la gravidanza, è quello di valutare il patrimonio genetico del feto. Il ginecologo la consiglia alle donne che presentano un qualsiasi rischio di avere un figlio con patologia genetica. Quali sono quindi, i possibili campanelli d’allarme?

Prima di tutto quando la mamma o il papà sono portatori sani di malattie genetiche. Oppure quando in una gravidanza precedente il feto aveva anomalie genetiche. L’età della donna poi, può influire molto. Quelle che hanno ormai superato i 35 o i 40 anni, sono più rischio.

Il ginecologo consiglia di sottoporsi alla villocentesi se altri esami hanno fanno sospettare alcuni difetti, come ad esempio l’ecografia morfologica o la traslucenza nucale. Ancora una volta quando i genitori hanno un numero superiore di cromosomi sessuali o infine nel caso di una gravidanza gemellare.

Qual è il periodo migliore?

Di solito i villi coriali vengono prelevati sin da subito, a partire dalla decima settimana fino alla tredicesima. Nel caso di alcune particolari conformazioni uterine, come può essere l’utero retroverso, l’esame deve essere rimandato fin quando non è possibile effettuare il prelievo.

Tutti i tipi di villocentesi

Sono tre le tecniche e durano da pochi secondi a pochi minuti. Vediamole nel dettaglio.

Transcervicale: non è praticamente più utilizzata. E’ infatti la più vecchia e ormai soprassata dalle altre due. Veniva utilizzato un catetere, quasi sempre in poietilene, e passato nella cervice uterina così da poter raggiungere i villi coriali e aspirarli.

Transaddominale: è quella più utilizzata e viene effettuata con due aghi, uno chiamato “guida” e uno “prelevatore”. Grazie a una sonda ecografica viene individuato il punto dove fare il prelievo. La procedura viene eseuita fino a tre volte così da poter prelevare la giusta quantità. Vengono prelevati i tessuti coriali dal corion anteriore, da quello laterale e posteriore.

Tecnica mista: permette di prelevare sia i villi coriali che il liquido amniotico. Viene usato un ago e una tecnica apposita per raggiungere placenta e villi coriali.

Su questi prelievi possono essere effettuati diversi esami, così da poter verificare se sono presenti alterazioni di natura diversa. Gli esami possono essere tradizionali, per individuare ad esempio il sovrannumero dei cromosomi che riguardano ad esempio la sindrome di Down. Altre volte sono associate agli esami di DNA così da poter individuare la fibrosi cistica, la distrofia muscolare di Duchenne o la sindrome di Edwards. Infine può essere usata per gli esami molecolari.

Cosa fare prima e dopo l’esame

La preparazione all’esame non richiede il digiuno, anche perché non c’è bisogno dell’anestesia. La donna deve però sottoporsi ad alcuni esami, come quello del gruppo sanguigno. E’ importante capire se il feto ha un gruppo sanguigno compatibile con quello dei genitori, per scongiurare la possibilità di eritroblastosi fetale. Viene fatto il test delle malattie virali quali epatite C e B e HIV, per effettuare strategie così da non infettare il feto qualora i risultati fossero positivi.

L’esame dura qualche minuto e i medici consigliano sempre di stare un paio di giorni a riposo. Potrebbero verificarsi dolori addominali simili a quelli mestruali e delle perdite ematiche.

Rischi della villocentesi

In linea di massima è considerato sicuro ma vi sono dei rischi, non teorici ma concreti, che provochi l‘aborto spontaneo. Molto dipende dal tipo di esame. Quello transaddominale ha un valore medio intorno all’1/1,8% di rischio. Quello transcervicale l’8% se eseguito con pinza da biopsia e del 3,6% quando è eseguito con catetere flessibile. Le tecniche miste vedono una media del 2,6%.

Il rischio di aborto cresce quando l’esame viene fatto nel primo trimestre. E’ molto ridotto se eseguito negli altri due.

Quanto costa?

Le donne considerate in una categoria a rischio, non pagano niente e possono quindi sostenere l’esame in modo del tutto gratuito. Purché ovviamente decidano di sottoporsi all’esame all’interno di una struttura pubblica. Chi sceglie di affidarsi ad una struttura privata, dovrà essere pronta a pagare molti soldi. La spesa minima è di 500 euro, quella massima è invece di 1700 euro.

I tempi di attesa sono piuttosto brevi, circa 48 ore quando l’esame è semplice. Quando è più complesso, tra i 10 e i 15 giorni. I risultati sono sicuri, con una percentuale del 99% dei casi. Non vanno infatti esclusi gli errori dei falsi positivi o falsi negativi. Quando un medico sospetta che qualcosa non va, esegue sempre il test in combinazione con altri esami.