Per venti giorni abbiamo sperato, poi è arrivata la notizia che nessuno voleva sentire. La storia di Domenico chiede verità.
Ci sono storie che entrano nelle case in punta di piedi e poi restano lì, sospese. Quella di Domenico è una di queste. Per venti giorni l’Italia intera ha trattenuto il respiro insieme alla sua famiglia.
Lo chiamavano “il guerriero”, “il bambino dal cuore bruciato”. Soprannomi nati dall’amore, dalla speranza, dal bisogno di credere che ce l’avrebbe fatta. Ma la mattina del 21 febbraio Domenico ha smesso di lottare. E adesso resta il silenzio. E tante domande.
Secondo quanto emerso dall’audit interno dell’ospedale, il problema sarebbe nato prima ancora di entrare in sala operatoria. Quando il contenitore termico è stato aperto, il secchiello con il cuore era inglobato in un blocco compatto di ghiaccio. Non il ghiaccio tradizionale utilizzato per conservare gli organi, ma ghiaccio secco.
Una differenza che, detta così, sembra quasi tecnica. In realtà è enorme. Il ghiaccio secco può provocare una sovra-congelazione, danneggiando in modo irreversibile le cellule del tessuto cardiaco. Il cuore, invece di essere mantenuto in condizioni ottimali, sarebbe stato esposto a temperature troppo basse.
Non solo. Il contenitore utilizzato, sempre secondo le verifiche interne, non era dotato di sistemi di monitoraggio costante della temperatura. Nessun controllo in tempo reale. Nessun allarme.
Quando i medici si sono accorti del possibile danno, però, il cuore malato di Domenico era già stato espiantato. Non c’erano alternative immediate. E si è deciso di procedere comunque con il trapianto, nella speranza che l’organo potesse funzionare.
La possibile mancanza di formazione specifica di parte del personale coinvolto nella logistica del trasporto. Se davvero alcune figure non erano adeguatamente addestrate all’utilizzo delle apparecchiature moderne, questo potrebbe aver innescato una catena di errori.
Nel mondo dei trapianti ogni passaggio è cruciale. Ogni decisione deve essere condivisa, verificata, confermata. Basta un’informazione comunicata male, un via libera frainteso, una procedura non rispettata per cambiare il destino di una vita.
E qui le ricostruzioni parlano anche di comunicazioni non perfettamente allineate tra chi ha espiantato l’organo, chi lo ha trasportato e chi ha deciso di procedere con l’intervento.
Dopo l’impianto, il cuore non è ripartito. È stato necessario collegare Domenico all’Ecmo, la macchina che sostituisce temporaneamente cuore e polmoni, mantenendo in vita il paziente mentre si cerca una soluzione.
Contestualmente sarebbe stata inoltrata la richiesta urgente per un nuovo organo. Ma il tempo, in questi casi, è una variabile crudele.
Dalla relazione inviata al Ministero emerge anche un passaggio delicato: il primario avrebbe espiantato il cuore del bambino ritenendo di aver ricevuto un via libera che, però, nessuno dell’equipe avrebbe formalmente confermato.
Ci si chiede allora cosa non abbia funzionato davvero. Se si poteva fermare tutto. Se qualcuno avrebbe potuto dire “aspettiamo”.
Domenico non è più qui. Ora ci saranno le indagini, le responsabilità da chiarire, le procedure da rivedere. Ma soprattutto c’è una famiglia che ha creduto fino all’ultimo in un miracolo e un Paese intero che ora chiede verità, con rispetto e con dolore.