Sindrome coronarica acuta, come riconoscerla, diagnosi ed intervento.

Con sindrome coronarica acuta vengono indicate, in medicina, vari sintomi che appartengono a diverse patologie ischemiche delle coronarie

Sindrome coronarica acuta

La sindrome coronarica acuta è un termine generico che viene utilizzato nell’individuazione di vari sintomi riguardanti le malattie ischemiche delle coronaria. L’acronimo italiano è SCA, mentre in inglese si utilizza l’acronimo ACS. Si individua in genere con il dolore al petto e altre parti del corpo, come la mascella, il braccio e lo stomaco, tipico dei sintomi dell’angina o dell’infarto, detto dolore precordiale, spesso accompagnato da nausea e vomito. Sintomi questi, che prevedono, da parte del paziente, l’immediata richiesta al Pronto Soccorso cittadino per i necessari accertamenti. Essendo il dolore l’elemento comune, sono individuate anche le conseguenti patologie associabili al sintomo, in modo da sottoporre il soggetto ad un’analisi investigativa e stabilire la diagnosi.

Le patologie associate alla sindrome coronarica acuta hanno cause ben precise in Occidente, tutte derivate da uno stile di vita poco salutare conseguente all’industrializzazione e all’abbondanza di comodità e cibo. Possiamo individuare tra le cause:

  • diabete mellito
  • ipertensione arteriosa
  • obesità
  • ipercolesterolemia
  • ipertrigliceridemia
  • sedentarietà
  • fumo

Le patologie associate alla sindrome coronarica acuta

Dai sintomi che indicano la sindrome coronarica acuta, il medico del pronto soccorso può subito ipotizzare quali sono le patologie che l’hanno causata ed avviare le indagini conoscitive attraverso una serie di esami diagnostici. Le cause della sindrome coronarica possono essere:

  • L’infarto miocardico acuto, in cui il paziente ha un’ostruzione completa ad una arteria coronarica che va immediatamente risolta attraverso un’angioplastica. In questa patologia si registrano dei marker biochimici molto alti, evidenziati già dall’elettrocardiogramma con valori alti del tratto ST e possibili formazioni di onde Q. In questi casi si ha la necrosi, più o meno estesa, del tessuto miocardico.
  • Infarto miocardico acuto con ostruzione parziale dell’arteria, indicata già dall’elettrocardiogramma che non presenta però alti livelli del tratto ST, ma un valore superiore alla norma delle tropoline T e I. I market biologici, seppur anomali, non mostrano valori elevati come nel primo caso di infarto, e il miocardio può non subire necrosi, rendendo la patologia risolvibile grazie all’intervento sull’ostruzione.
  • Angina pectoris o angina instabile, in cui i livelli dei marker biochimici appaiono normali ma vi è comunque una riduzione del flusso sanguigno, che potrebbe essere il preludio ad un infarto o ad un’angina stabile.

Il tempestivo arrivo al pronto soccorso e l’esame diagnostico immediato attraverso l’elettrocardiogramma sono fondamentali per la salute del cuore, in quanto prolungati periodi di insufficienza circolatoria aumentano notevolmente le possibilità di necrosi.

Diagnosi e intervento

Una volta arrivati al Pronto Soccorso, il primo passo per la diagnosi è certamente l’anamnesi, ovvero la descrizione, da parte del paziente, dei sintomi, e l’immediato elettrocardiogramma e analisi del sangue per verificare i livelli di mioglobina, troponina e emocromo. Associata a queste analisi vi è chiaramente la misurazione della pressione arteriosa, costante e continua nell’arco delle successive 24 ore.

Una volta analizzati i primi risultati, il personale medico stabilirà i passi successivi. Se vi è in corso un’angina, il paziente sarà costantemente monitorato con apparecchiature fisse, per la misura della pressione e per l’elettrocardiogramma. Inoltre saranno effettuati altri prelievi di sangue per verificare l’aumento o meno dei valori di quegli enzimi che indicano un eventuale infarto.

Se invece vi è un’occlusione dell’arteria diagnosticata, parziale o totale, ovvero un infarto, l’intervento praticato, salvo particolari eccezioni, è quello dell’angioplastica, che consiste nel rilascio di uno stent nella zona dell’occlusione attraverso una sonda inserita nell’arteria a partire dal braccio. La prognosi è chiaramente dipendente dal tipo di patologia insorta e dalla sua gravità. Un paziente con angina può essere dimesso nell’arco delle 24 ore mentre i pazienti sottoposti ad angioplastica, se non insorgono complicazioni, possono lasciare l’ospedale nell’arco di 3-5 giorni dall’intervento. Segue poi una cura farmacologica precisa e strutturata che il paziente dovrà seguire per il resto della vita. Questo protocollo è oramai usuale per i casi di sindrome coronarica acuta, ma i medici raccomandano sempre una prevenzione continua nei comportamenti e nelle abitudini dei cittadini, che possono porre, se sbagliati, il cuore e le arterie sotto stress. Quindi non abusa con l’alcol, non fumare e fare attività fisica sono le migliori risposte per non arrivare al pronto soccorso con i sintomi della sindrome coronarica. Attualmente comunque, l’angioplastica è divenuto un intervento di routine della durata massima di un’ora, effettuata in anestesia locale e risolutiva per l’occlusione dell’arteria.