Negli ultimi giorni il prosciutto cotto è sotto i riflettori, tra titoli allarmanti e condivisioni social che meritano calma e chiarezza.
Negli ultimi giorni molti hanno letto che il prosciutto cotto sarebbe finito nella lista degli alimenti cancerogeni. Detto così sembra una scoperta recente, quasi un fulmine a ciel sereno. In realtà non c’è nulla di nuovo, è una storia che va avanti da anni e che ciclicamente torna a occupare titoli e bacheche social.

Già nel 2015 l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, che fa capo all’Organizzazione Mondiale della Sanità, aveva inserito le carni lavorate in un gruppo ben preciso. Dentro ci finiscono salumi, insaccati, wurstel, prosciutto crudo e anche quello cotto.
Prosciutto cotto cancerogeno di “gruppo 1”: che cosa significa?
Il gruppo 1 è spesso citato male e capito peggio. Non è una graduatoria del pericolo, non dice “questo fa malissimo, questo un po’ meno”. Indica solo una cosa: su quell’elemento esistono studi solidi che mostrano un legame con l’insorgenza di alcuni tumori.

Nello stesso gruppo convivono cose molto diverse tra loro. Il fumo, l’alcol, i raggi UV, l’amianto e le carni lavorate. Metterle insieme non significa che abbiano lo stesso impatto sulla salute. Significa solo che la ricerca nel tempo ha trovato dati affidabili per tutte.
Perché si parla di salumi e non della carne fresca
Il nodo non è la bistecca della domenica, ma la trasformazione. Le carni lavorate vengono trattate per durare di più, essere più saporite, più pratiche.
Sale, conservanti, nitriti, nitrati, affumicature. Tutti elementi che, se consumati spesso e a lungo, sono stati associati a un aumento del rischio di tumore del colon-retto.

Il prosciutto cotto, proprio perché è morbido, poco speziato e facile da mangiare, viene spesso percepito come innocuo.
Il vero problema non è tanto il prosciutto cotto, ma è l’abitudine
Mangiare prosciutto cotto ogni tanto non è una condanna. Nessuno parla di eliminarlo per sempre o di trasformarlo in un cibo proibito. Il discorso cambia quando diventa una scelta automatica, ripetuta giorno dopo giorno, magari senza affiancare verdure, legumi, cereali integrali.
Il rischio non sta nella singola fetta, ma nella somma delle abitudini. Un’alimentazione sbilanciata, povera di fibre, ricca di prodotti lavorati, associata magari a sedentarietà o ad altri fattori, è il contesto che conta davvero.
Come leggere questa notizia senza farsi prendere dal panico
Questa informazione non dovrebbe spaventare, ma far riflettere. Serve a ricordare che anche i cibi “normali”, quelli che troviamo ovunque, meritano attenzione. Non perché siano veleno, ma perché la frequenza con cui li consumiamo fa la differenza.
Non è una questione di allarmismo, è una questione di equilibrio quotidiano. Sono le scelte ripetute nel tempo che aiutano davvero la nostra salute.





