Questo sito contribuisce alla audience di logo ilmessaggero

Glicemia a digiuno alterata: diagnosi e rimedi

La glicemia a digiuno alterata, conosciuta anche come IFG (Impareid Fasting Glucose) si caratterizza per essere una condizione patologica che presenta dei livelli di glucosio nel sangue molto più alti rispetto a quelli normali. I valori di glucosio vengono chiaramente individuati quando il paziente è a digiuno da minimo otto ore e sono più elevati rispetto alla normalità, ma in ogni caso non raggiungono la quota che delinea uno stato di diabete. Ecco spiegata la ragione per cui, nel momento in cui al paziente viene riscontrata una glicemia a digiuno alterata, si è soliti discutere di uno stato di prediabete. In poche parole, il paziente dovrebbe prestare la massima attenzione verso lo stile di vita adottato e il tipo di alimentazione che si segue ogni giorno.

Quali sono i rischi della glicemia a digiuno alterata

Questa condizione patologica, nella maggior parte dei casi, si manifesta in associazione con l’insulino-resistenza e può comportare molto facilmente un pericolo maggiore di contrarre malattie cardiovascolari. Inoltre, spesso tale stato di prediabete può svilupparsi fino ad assumere i contorni di diabete mellito di tipo II: nella maggior parte dei casi ciò potrebbe avvenire nel giro di dieci anni dalla prima diagnosi. Questo stato mette in evidenza anche altri due aspetti fondamentali: il diabete mellito di tipo II non insorge senza preavviso, ma spesso attraversa una fase iniziale di prediabete e poi progredisce con il passare del tempo. L’alterata glicemia a digiuno, di conseguenza, non presenta dei segni o dei sintomi specifici. Proprio in virtù di tali caratteristiche si consiglia sempre, una volta compiuti 45 anni, di eseguire degli appositi esami, soprattutto nel caso in cui il paziente sia in sovrappeso oppure in famiglia ci siano stati altri casi di tale patologia.

Tenere sempre controllata la glicemia, quindi, è fondamentale e anche nel caso in cui l’esame dia esito negativo, si consiglia sempre di eseguirlo con una frequenza triennale. Per tutti coloro che invece sono già a rischio, come ad esempio chi soffre di ipertensione, iperlipidemia, sindrome metabolica e così via, si suggerisce di eseguire tale esame con una cadenza quantomeno annuale. Uno stato prediabetico non si può certamente considerare come una vera e propria patologia, quanto piuttosto un indice di alto rischio. In questi casi, quindi, è fondamentale non sottovalutare il problema, visto che non solo potrebbe portare progressivamente allo sviluppo del diabete mellito di tipo II, ma anche a comportare malattie aterosclerotiche e, nello specifico, anche una cardiopatia ischemica.

Come si effettua la diagnosi della glicemia a digiuno alterata

La denominazione della glicemia a digiuno alterata è IFG e non si deve mai fare confusione con la IGT, ovvero la tolleranza al glucosio alterata. In qualche caso, però, le condizioni patologiche possono essere entrambe presente. Per diagnosticare l’IGT bisogna eseguire l’esame del carico orale di glucosio. In questo caso, viene misurata la risposta glicemica del paziente dopo che ha assunto 75 grammi di glucosio sciolti in un bicchiere d’acqua. Nel caso in cui la concentrazione di glucosio all’interno del sangue, dopo due ore, sia superiore a 140 mg/dL, ma comunque al di sotto della soglia di 200 mg/dL, allora si può parlare di IGT. Il rischio, in questo caso, di uno sviluppo della condizione in diabete è molto alto. Per quanto riguarda la glicemia alterata a digiuno, invece, si procede con un prelievo del sangue del paziente a digiuno da almeno otto ore (può bere solo ed esclusivamente acqua) e i suoi valori sono uguali o più alti di 110 mg/dL, ma al di sotto di 126 mg/dL, secondo quanto stabilito dal WHO. In base ai parametri che vengono suggeriti invece dall’ADA, si parla di valori che vanno al di sopra o sono pari a 100 mg/dL, ma rimangono sempre sotto la soglia di 126 mg/dL.

Quali sono le contromisure da attuare

Nel caso in cui al paziente venga riscontrato uno stato di prediabete, nella maggior parte dei casi si procede semplicemente con una modifica dell’alimentazione e del proprio stile di vita. Di solito, quindi, il medico non suggerisce una terapia farmacologica, ma si focalizza sulla dieta. Quest’ultima, infatti, dovrà necessariamente evitare cibi eccessivamente calorici, ma al contempo dovrà prevedere il consumo di cibi vegetali, evitando soprattutto i carboidrati e i grassi saturi. Soprattutto i carboidrati semplici, ossia tutte quei cibi industriali (merendine, cioccolatini, dolci e così via), devono essere esclusi dall’alimentazione del paziente. Al tempo stesso, la dieta non è sufficiente, visto che deve essere adeguatamente compensata da una valida attività fisica. Quest’ultimo aspetto è fondamentale in tutte le persone, ma ancor di più in quelle che hanno difficoltà a trovare un peso ideale. Non serve fare grandi sforzi, dal momento che è sufficiente fare delle passeggiate ogni giorno (cercando di mantenere un passo sostenuto). Si tratta di uno stile di vita tipicamente adatto a svolgere un’azione preventiva nei confronti del diabete, ma al contempo permette anche di migliorare la propria salute e sentirsi decisamente più in forma.