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Macchie di Rorschach: alla scoperta della personalità

L’uso della interpretazione di queste macchie di Rorschach, di questi “disegni ambigui” per la valutazione della personalità di un soggetto è un’idea per niente recente e che viene fatta risalire addirittura a Leonardo da Vinci ed anche a Botticelli. Questa interpretazione faceva parte di un gioco risalente alla fine del XIX secolo. Quello applicato da Rorschach, però, fu il primo approccio di questo tipo con una metodologia sistematica.

Le macchie di Rorschach: la storia

Non è impossibile che l’utilizzo da parte di Rorschach di macchie ottenute con l’inchiostro possa essere stato ispirato da Justinus Kerner, un medico tedesco il quale, nel 1857 pubblicò un libro di poesie molto popolare. Ogni poesia si ispirava ad una macchia ottenuta con l’inchiostro e creata per caso. Pure lo psicologo d’Oltralpe Alfred Binet compì esperimenti utilizzando delle macchie ottenute con l’inchiostro, quale test per la creatività.

Rorschach studiò ben trecento pazienti ed anche cento soggetti per il controllo, quindi, nel 1921, scrisse un libro dal titolo “Psychodiagnostik”, che sarebbe poi diventato il “substrato” per questo test, però poi venne a mancare, a soli trentotto anni, l’anno dopo. Nonostante fosse stato vicepresidente della Società di psicoanalisi della Svizzera, per Rorschach non fu troppo semplice pubblicare quel libro e allorquando, alla fine, riuscì nel suo intento, l’attenzione che ottenne, almeno inizialmente, non fu all’altezza delle aspettative. Una seconda edizione, 11 anni dopo la prima, nel 1932, fu pubblicata ad opera di Walter Morgenthaler e solo nel 1942 ci fu la prima traduzione in Inglese. Il titolo in lingua inglese fu: “Psychodiagnostics: A Diagnostic Test Based on Perception”.

Il criterio con cui venivano valutati i risultati del test così come ideato da Rorschach, venne poi migliorato successivamente alla sua scomparsa da altri studiosi, e precisamente Bruno Klopfer, Samuel Beck ed altri.

Descrizione del test delle macchie di Rorschach

Il test essenzialmente è composto da dieci tavole. Su ognuna di queste tavole vi è stampata una macchia di inchiostro, rigorosamente simmetrica. Di queste cinque sono di un colore solo, due sono composte da due colori e tre sono variamente colorate. Come scegliere tali tavole, con quale ordine presentarle e le loro peculiarità sia da un punto di vista del contenuto che da un punto di vista della forma, furono fattori che portarono via a Rorschach molti anni di studio, tentativi e ricerche. In definitiva le tavole vengono presentate al paziente una alla volta, per ognuna di esse si chiede al paziente di riferire ogni cosa alla quale secondo il paziente stesso la tavola potrebbe assomigliare, senza imporgli alcun limite di tempo per la risposta.

Anche se, come è ovvio, non è che esistano risposte sbagliate o giuste, in ogni caso tutte le risposte seguono un voluminoso elenco di norme standardizzato il quale, a sentire chi sostiene questa tesi, rende la valutazione delle risposte attendibile.

Poi l’interpretazione che si applica alle risposte date dal paziente dà la possibilità, a seconda della tipologia di approccio interpretativo teorico e della tipologia di siglatura, di delineare dei profili attitudinali, dei profili di personalità (sfere del Contatto Sociale, dell’Affettività e dell’Intelligenza) ed anche l’identificazione di eventuali punti problematici del paziente.

Questo test viene molto utilizzato in ambiente clinico e in ogni situazione nella quale si renda indispensabile indagare sulle dinamiche interpersonali.

Contemporaneamente anche la stessa definizione di “test” può dichiararsi non completamente corretta perché, se vogliamo, in qualità di test di natura psicologica, non presenta che pochissime proprietà di carattere psicometrico. Molti ricercatori sostengono che la terminologia più adeguata sarebbe quella di “Reattivo di Rorschach”, poiché si va ad indagare delle risposte di natura soggettiva posti di fronte a stimoli di natura ambigua e, comunque nuovi.

Storicamente si proposero sistemi diversi per l’analisi e la classificazione, al fine di ovviare a tali mancanze psicometriche. Precisamente negli USA ad iniziare dal fine anni settanta, si dette inizio a studi di valutazione via via più strutturate ed ampie che condussero all’articolare nuovi sistemi per la “siglatura” (vale a dire di inquadramento e di strutturazione per categorie delle risposte qualitative date dal paziente). Di solito non viene inserito nella categoria dei test psicometrici oggettivi. Ecco perché questo metodo viene usato sempre avendo ben presenti tali limiti. Ha un’ottima reputazione, invece, per elicitare le risposte utilizzando gli stimoli di natura ambigua.

Al giorno d’oggi vi sono due grandi famiglie di scuole per la “siglatura”, vale a dire la scuola europea e quella statunitense (il famoso metodo Exner).Il “Sistema Comprensivo di Exner” rappresenta un tentativo ampio per riportare il test delle macchie di Rorschach nell’ambiente della valutazione psicologica di natura psicometrica, provando quindi ad integrare le sue istanze di tipo proiettivo con una ampia base di dati di natura statistica. Al giorno d’oggi è il metodo più utilizzato in territori anglosassoni. Un diverso approccio, invece, viene portato avanti in Europa, un approccio più tradizionale il quale, anche se comunque si fonda su dati normativi di natura statistica come li si calcola per le popolazioni di riferimento, in ogni caso lascia maggiori ambiti psicodinamici e interpretativi. Nel dettaglio si riconoscono una tradizione di tipo psicoanalitico e fenomenologico (che trovano una più radicata collocazione soprattutto Oltralpe, il metodo comunemente denominato “di Chabert”), ed un’altra, che viene chiamata “Svizzero – Italiana”, il metodo Passi – Tognazzo / Loosli – Uster / Bohm.