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Smart Drugs: Uso di farmaci detti “potenziatori della mente”

Viviamo in una società che vede nell’efficienza un valore assoluto. La richiesta di performance sempre più elevate ha indotto molti studenti, soprattutto negli Stati Uniti, a ricorrere ai cosiddetti “potenziatori della mente”, farmaci che rendono più intelligenti. Il loro diffuso utilizzo, oltre ad essere rischioso per la salute del singolo, pone problemi di bioetica. More

Smart Drugs

L’uso delle smart drugs risale già agli anni Trenta del Novecento. In ambito scolastico l’amfetamina rappresentava un utile rimedio alla sonnolenza e alla fatica in vista degli esami finali. Si trattava di un uso episodico.

Quello con cui ci interfacciamo oggi è sicuramente un tipo di utilizzo più regolare, che aumenta tanto più l’istituzione scolastica è prestigiosa e selettiva: “la pressione scolastica è più elevata, il senso di inadeguatezza o il timore di non farcela più forti”.

Le statistiche parlano di una percentuale che negli USA varia del 15 al 40%.

Come agiscono queste sostanze?

“Il metildenidato aumenta la memoria lavoro, consentendo in tal modo di mantenere in memoria una maggior quantità di informazioni e di favorirne la trasformazione in memorie durature”. A prova di ciò la PET (tomografia a emissione positroni) ha dimostrato che l’utilizzo di questa sostanza stimola l’attività di strutture, come l’ippocampo e il lobo temporale, coinvolte appunto nella memoria di lavoro e quella spaziale.

Altre sostanze dai simili effetti sono la bromocriptina, il modafinil, la feniletilamina.

Questo aumento della vigilanza può considerarsi senza effetti collaterali?

ASSOLUTAMENTE NO.

Indicativo è il caso di uno studente della Virginia che dopo aver fatto ampio uso di Adderal (feniletilamina) aveva dovuto sottoporsi ad una terapia di disintossicazione per la dipendenza che aveva maturato nei confronti della sostanza, turbe dell’umore, depressione e seri disturbi del sonno.

Non a caso si tratta di sostanze che la DEA (Drug Enforcement Agency) considera in grado di creare dipendenza, come la cocaina e la morfina.

Per procurarsele l’unico canale possibile diventa allora quello illegale o si può arrivare addirittura fingere certe patologie, come l’iperattività, per farsele prescrivere.

I problemi di bioetica non sono da sottovalutare…

Da un lato si verifica un problema di “discriminazione cognitiva” tra chi usa queste sostanze e chi invece decide di non farne uso. D’altro canto potrebbe non sembrare giusto porre limiti al miglioramento di sè stessi.

Il tutto si ricollega dal punto di vista sociologico al fatto che la nostra società sembra suggerire un utilizzo di scorciatoie utili al perseguimento di una sempre maggiore efficienza.

Un fatto di cronaca risalente al 2000 è l’esempio di un caso in cui sono le istituzioni e non il singolo a fare pressione per l’utilizzo di Ritalin per migliorare le prestazioni scolastiche.

Siamo nel New Hampshire, i genitori di un ragazzino di 12 anni si oppongono alla richiesta della scuola di far uso del farmaco per frenare l’iperattività dell’alunno e migliorare le sue prestazioni scolastiche. E’ stata l’Alta Corte dello Stato del Connecticut ad esprimersi con parere favorevole nei confronti dei genitori, che avevano il diritto di opporsi al trattamento farmacologico del figlio, e quindi a condannare la scuola.

Ci siamo concentrati sull’utilizzo delle smart drugs tra gli studenti, ma è utile sottolineare che questo è particolarmente diffuso anche tra gli adulti. I dati di un’inchiesta svolta nel 2008 dalla rivista scientifica Nature mostrano che su un campione di 1400 scienziati un quinto aveva dichiarato di fare uso di queste sostanze.

Bibliografia

  • Oliverio A., Aiutini pericolosi. Droghe, studio e dipendenza, in “Psicologia contemporanea”, GEN.-FEB. 2013 N.235, Giunti Editore, Firenze-Milano