Fare esercizio fisico

Un team di ricercatori alla Alzheimer’s Society ha individuato un ormone stimolante cerebrale chiamato irisina, rilasciata dai muscoli durante l’attività fisica e in quantità ridotta nei pazienti che soffrono di condizione neurologica.

La sostanza chimica è stata scoperta solo sei anni fa e ha dimostrato di bruciare i grassi, offrendo la speranza di terapie anti-obesità. Ora, nuovi esperimenti su esseri umani e topi hanno permesso di scoprire che la irisina protegge anche contro il declino mentale che si verifica con l’avanzare dell’età. Insomma, una dimostrazione scientifica di quel che già si sapeva: attività fisiche come il jogging regolare, le passeggiate veloci o le gite in bicicletta fanno bene sia alla mente che al corpo.

Il dottor James Pickett, capo della ricerca della Alzheimer’s Society, ha dichiarato in tal proposito che “anche se questo studio è stato condotto solo sui topi, si aggiunge alla crescente evidenza della relazione tra fattori di stile di vita, come la forma fisica e la demenza. E’ una strada promettente per ulteriori ricerche e terapie potenzialmente nuove in futuro”.

Il ricercatore precisa anche che “sappiamo che l’esercizio fisico può ridurre il rischio di sviluppare la demenza, ma abbiamo ancora molto da imparare sul suo effetto sul declino cognitivo – per esempio, abbiamo bisogno di sapere come questo ormone entra nel cervello, come funziona, se è efficace nelle persone, e se colpisce uomini e donne allo stesso modo – motivo per cui stiamo finanziando uno studio a lungo termine di 700 persone di mezza età a rischio di demenza per comprendere meglio questi legami. Senza nuovi farmaci per la demenza in oltre 15 anni, dobbiamo trovare urgentemente dei modi per affrontare questa devastante malattia”.

Ancora, le dichiarazioni del ricercatore precisano come “sappiamo anche che l’esercizio fisico non solo aiuta le persone affette da demenza a gestire alcuni effetti collaterali, ma riduce anche il rischio di sviluppare la condizione”.

Il neurobiologo Ottavio Arancio, un pioniere nella ricerca sulla demenza presso la Columbia University, che ha effettuato lo studio insieme ai suoi colleghi, ha poi precisato che “l’irisina potrebbe permetterci di arrivare a una nuova e interessante terapia mirata a prevenire la demenza nei pazienti a rischio“. Potrebbe anche “ritardare la sua progressione nei pazienti nelle fasi successive”.

Il professor Arancio ha aggiunto che “molti pazienti affetti da demenza sono disabili a causa di altre condizioni legate all’età o altre malattie – per esempio artrite, patologie cardiache, obesità, problemi visivi, depressione – che impediscono loro di impegnarsi in regolare esercizio fisico. Pertanto, lo sviluppo di approcci alternativi che si basano sugli effetti benefici dell’esercizio fisico nel cervello può generare importanti benefici in questi pazienti”.

I risultati del suo team internazionale sono stati basati su campioni di tessuto cerebrale di persone affette da demenza quando sono morte e il sangue e il fluido spinale di pazienti viventi. Sono poi stati confermati nei topi con una forma della malattia neurologica.

Si è così scoperto che quando un gene chiamato FNDCY – che produce irisina – viene spento, gli animali da laboratorio erano in grado di sviluppare problemi di apprendimento e test di memoria, come la possibilità di identificare un nuovo oggetto. Tuttavia, il ripristino della sua espressione ha invertito questi effetti impedendo alle cellule cerebrali di essere “staccate” l’una dall’altra. Il tutto, perché l’irisina alimenta le connessioni vitali tra i neuroni che trasportano i segnali – chiamate sinapsi. I pazienti di Alzheimer perdono gradualmente le sinapsi, il che li conduce a peggiorare il livello di memoria.

In sintesi, rafforzare i livelli di irisina cerebrale – farmacologicamente o attraverso l’esercizio fisico – può costituire una nuova e valida strategia terapeutica per proteggere e riparare la funzione sinaptica e prevenire il declino cognitivo della malattia di Alzheimer. Oggi ci sono più di 35 milioni di persone colpite in tutto il mondo, con tassi che continuano ad aumentare con l’invecchiamento della popolazione.  Attualmente non esiste un trattamento efficace.

Fonti

Alzheimer’s Society, Alzheimers.org.uk