Mononucleosi
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La mononucleosi, più comunemente chiamata “malattia del bacio”, è clinicamente determinata dalla presenza dal virus di Epstein-Barr (EBV), appartenente alla famiglia degli herpes virus.

Tra i sintomi più comuni troviamo:

  1. febbre
  2. debolezza
  3. senso di malessere
  4. ingrossamento dei linfonodi
  5. mal di testa
  6. scarso appetito
  7. dolori muscolari diffusi
  8. sudorazione

La conseguenza più temuta è l’ingrossamento o la rottura della milza. E’ un’evenienza molto rara in realtà. Purtroppo, può durare molto a lungo. In alcuni casi, infatti, i sintomi possono protrarsi per diversi mesi.

E’ contagiosa?

La mononucleosi è contagiosa. Di norma il contagio avviene tra soggetti che hanno tra i 15 e i 25 anni. Il contagio può avvenire attraverso la saliva, tramite un rapporto sessuale oppure con le trasfusioni di sangue.

La diffusione della malattia

contaggio e diffusione della mononucleosi
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Si tratta di una malattia che è presente un po’ in tutto il mondo. Come detto, si manifesta in modo particolare nei soggetti adolescenti. Si stima che insorga entro tale fase nella metà delle persone che abitano nei Paesi industrializzati.

Nei Paesi che sono in via di sviluppo, al contrario, si manifesta molto prima. Visto che si tratta di una patologia molto contagiosa, ecco che la mononucleosi può provocare delle ridotte epidemie. Solamente, però, in condizioni del tutto specifiche. Ovvero quando i soggetti vivono insieme e sono a stretto contatto. Oppure nel caso in cui le condizioni igieniche siano insufficienti. O, ancora, quando si passano diverse ore in un luogo sovraffollato. In base a delle statistiche recenti, circa il 90% della popolazione adulta si scontra con il virus di Epstein-Barr. Gran parte di tali soggetti, però, non ha mai sofferto di alcun sintomo legato all’infezione. Il motivo? Come detto, aver sviluppato degli anticorpi del tutto particolari.

Dopo quanto scompare?

In seguito al contagio, la mononucleosi insorge nel giro di tre-sei settimane. Dopo tale periodo gran parte delle persone colpite sono in grado di riprendere la vita di tutti i giorni che facevano in precedenza.

Ad ogni modo, una stanchezza generalizzata può rimanere per alcune settimane. In alcuni casi, può persistere anche per vari mesi. Una volta guarito, il paziente può conservare l’infezione in uno stato di latenza. Quindi, potrebbe presentarsi nuovamente ogni tanto.

La prognosi

Nella maggior parte dei casi la mononucleosi infettiva è autolimitante.

Piuttosto di frequente, la fase acuta ha una durata all’incirca di due settimane. Di solito, un quinto dei pazienti può fare ritorno a scuola o al lavoro nel giro di una settimana. La metà dei pazienti, invece, torna alla vita di tutti i giorni nel giro di due settimane.

L’astenia può perdurare per svariate settimane. Solamente nell’1-2% dei pazienti permane per numerosi mesi. Il decesso, invece, colpisce meno dell’1% dei pazienti. Si tratta, però, di casi in cui non è la patologia in sé a portare alla morte, quanto piuttosto le complicanze. Ad esempio, nel caso in cui si rompi la milza, ostruisca le vie aeree o in caso di encefalite.

Quali sono le possibili complicazioni

A livello del sangue, possono insorgere anemia emolitica e piastrinopenia. Per quanto riguarda il sistema nervoso, invece, possono svilupparsi alterazioni del comportamenti e convulsioni. Non solo, ma anche meningiti ed encefaliti.

Diagnosi

Il medico potrebbe essere in grado di diagnosticarla puntualmente e con precisione attraverso l’esame clinico dei suoi sintomi tipici come la febbre, l’ingrossamento dei linfonodi e il mal di gola. Solamente attraverso gli esami del sangue, si potrà procedere ad una corretta diagnosi anche se si potrebbe confondere la mononucleosi con altre malattie.

Cura

Contrariamente a quanto suggeriscono alcuni, non è affatto detto che i soggetti che contraggono la mononucleosi debbano necessariamente convivere con il virus per parecchi mesi. Nella maggior parte dei casi, infatti, la mononucleosi tende a risolversi positivamente entro due o tre settimane, e raramente si soffre di ricadute croniche negli anni successivi.

Riattivazione

Il virus, anche dopo la guarigione, tende a riattivarsi attraverso la c.d. “sindrome da fatica cronica”.

Pertanto, è consigliabile mantenere l’efficienza del sistema immunitario con uno stile di vita particolarmente attivo, che sia lontano da eccessivi stress e che possa essere basato su un’alimentazione sana ed equilibrata.

Alcuni aspetti importanti

È bene evidenziare come l’infezione EBV insorga davvero molto di frequente. Il virus, tra l’altro, resta come ospite all’interno del corpo del paziente per tutta la vita. La sua eliminazione avviene in modo saltuario e senza segnali particolari dall’orofaringe. Solamente il 5% dei soggetti sono contagiati da persone con un’infezione acuta. I sintomi tipici includono l’affaticamento, che in alcuni casi può durare anche svariati mesi. Molto più di rado insorgono faringite, febbre e splenomegalia. Si consiglia sempre l’esecuzione del test degli Ac eterofili. In pochi casi, invece, viene suggerita l’esecuzione del dosaggio degli Ac specifici del virus della mononucleosi.

Bambini e mononucleosi, come comportarsi?

Particolare apprensione nasce tra i genitori. Quando il medico da una diagnosi di mononucleosi molte mamme e papà si fanno assalire da timori e dubbi. Ed è proprio qui che il pediatra può offrire ottimi consigli.

Il primo consiglio è quello di far riposare il bambino, senza stressarlo. In qualità di genitori occorre far attenzione alle classiche misure di igiene. Il bambino deve usare stoviglie personali, asciugamani e bottigliette propri. Non occorre in realtà sterilizzare queste cose ma semplicemente lavarle con cura.

Il bambino potrebbe mostrare una certa stanchezza, la cosa importante è non farlo affaticare troppo e soprattutto, far si che mangi in modo corretto. L’inappetenza è destinata a sparire nel giro di poco. Chiaramente se proprio il bambino si rifiuta di mangiare, il pediatra può offrire consigli utili.

Per quanto riguarda il ritorno a scuola, di solito i pediatri consigliano di far tornare il bambino in classe dopo due o tre giorni da quando la febbre è scomparsa. Quando invece è stato particolarmente debilitato e i sintomi si sono manifestati in modo piuttosto forte, può essere un bene riguardarlo qualche giorno in più visto la sua vulnerabilità alle infezioni batteriche.

L’attività sportiva può essere ripresa dopo che la febbre è scomparsa da almeno una settimana. Visto però che la mononucleosi può portare all’ingrossamento o alla rottura della milza, se così è stato, è bene non sottoporlo a sforzi. Parlarne prima con il medico, il quale suggerisce constatando lo stato di salute del piccolo paziente, qual è il tempo di attesa più idoneo.

Infine quando c’è un bambino malato in casa, c’è sempre la paura che possa contagiare gli altri. Se è vero che la maggior parte degli adulti l’ha già avuta e quindi ne è immune, ci sono situazioni particolari in cui scatta nella mente dei genitori un campanello d’allarme.

Il primo è quando in casa c’è un altro figlio, magari più piccolo o addirittura di pochi mesi. E’ normale cercare di “proteggerlo” ma non è necessario che quello malato venga isolato. Deve solo capire che non deve stare a stretto contatto. Buone regole sono:

  • Non condividere i giocattoli
  • Niente baci
  • Assolutamente no allo scambio delle forchette, dei bicchieri, degli asciugamani etc

I neonati hanno comunque una sorta di immunità in moltissimi casi perché se la mamma ha già avuto prima della gravidanza la mononucleosi, ha passato un po’ di anticorpi al neonato quando era in pancia.

Infine, c’è la paura da parte delle donne di prendere la mononucleosi in gravidanza. C’è infatti il timore che possa in qualche modo compromettere la salute del nascituro. Ecco allora che, se il figlio grande in casa è malato, cerca di non stargli a stretto contatto. Chiaramente utilizzare tutte le normali precauzioni è un bene, tuttavia non è una malattia che aumenta il rischio di complicanze e tanto meno porta a malformazioni fetali. Riduce un po’ le difese immunitarie e questo espone la donna a potenziali infezioni.

Fonti e bibliografia